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Terrae, il piano di Vecchioni: «Con Enel e Generali per rilanciare l’agricoltura»

di Roberto Bagnoli

ROMA— Non ci sono solo i fotovoltaici o quelli che hanno investito nelle pale eoliche. A beneficiare del risultato dei referendum contro il nucleare c'è anche chi ha deciso di puntare sulla produzione di energia da biomasse. Come Terrae, una società nata tre anni fa per riconvertire e valorizzare il settore bieticolo-saccarifero nel cui capitale sono entrati anche le Generali ed Enel Green Power con una quota del 15%ciascuna. Segue il Gruppo Gavio con l'8%mentre il 41%è saldamente nelle mani dell'Associazione nazionale dei Bieticoltori (Anb) e delle sue 7000 aziende agricole. C’è anche un 18%di azioni proprie in cerca di compratore. «Col no al nucleare il mondo agricolo avrà più spazio e può assumere molto più significato in termini di investimento» , commenta Federico Vecchioni che da pochi mesi ha lasciato la guida di Confagricoltura ed è diventato presidente e amministratore delegato di Terrae. L'obiettivo di Terrae è quello di migliorare la redditività dell'agricoltura utilizzando le innovazioni produttive e la diversificazione delle attività «al fine di garantire la stabilità ambientale ed economica delle aziende» . A monte c'è la volontà di «far diventare l'agricoltura protagonista della politica energetica del Paese e contemporaneamente modernizzare tutta la filiera» . L'ingresso nel capitale della più importante compagnia assicuratrice del Paese, che ha interessi diretti nel mondo agricolo con la Fata e Genagricola, e della divisione rinnovabili di Enel sta trasformando Terrae in una macchina da guerra per scuotere il sonnacchioso e pietrificato settore. «Per la prima volta un aggregato di imprese agricole— spiega con entusiasmo Vecchioni— ha deciso di misurarsi col mercato facendo leva anche sulla componente finanziaria e industriale» . In quest'ultimo settore il Gruppo Gavio ha interessi incrociati con la divisione trasporti e le sue imprese agricole. Il piano a breve, cioè entro il 2012, prevede di costruire una ventina di impianti da un megawatt di potenza ma nel business plan a medio termine si progetta di arrivare a 50 impianti energetici da biomasse per un totale di un centinaio di megawatt. L’investimento complessivo potrebbe arrivare a 180-200 milioni di euro. Gli incentivi sono minori del fotovoltaico ma con il no al nucleare sono possibili nuovi scenari. Vecchioni ha l'ambizione di far diventare l'agricoltura un player nazionale che utilizzi gli impianti biomasse a chilometro zero per modernizzare e rendere efficiente tutta la filiera agricola senza tralasciare la cura del territorio. «In Italia esiste circa un milione di ettari di bosco non coltivato, di cui il 63%è di proprietà privata — spiega il presidente — che potrebbe essere gestito per diventare un immenso serbatoio energetico» . Già adesso il bacino messo a disposizione dai soci Anb non è niente male: sono 500-600 mila ettari sparsi in tutta Italia anche se concentrati al Nord parte dei quali, a seconda delle convenienze, potrebbe essere integrato nella filiera energetica senza sottrarlo al food. Le cifre a cui sta lavorando Vecchioni danno l'idea del volume economico che gira intorno a questo progetto. «A regime — afferma Vecchioni — tutta questa filiera potrebbe valere circa 2,6 miliardi di euro di fatturato, mentre gli obiettivi di Terrae sono di arrivare a un giro d'affari di 80-100 milioni di euro» . Non secondaria la ricerca. La filiera vale anche per questo: Terrae ha già siglato intese con Ansaldo Energia e Iveco e presto altri seguiranno.

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