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Termoscanner e distanze in fabbrica si riparte così

TORINO — A mensa sì, ma senza la pausa caffè. In fabbrica ma solo se non si ha la febbre. Certifica lo scanner: sotto i 37,5 gradi si torna a casa. Linee di montaggio ridisegnate per mantenere la distanza sociale. Sono stati 2,7 milioni i lavoratori italiani che ieri hanno varcato i cancelli di fabbriche e uffici. Un’avanguardia. Alla Fincantieri di Venezia si è sperimentato l’ingresso scaglionato. Lavoratori divisi in due gruppi, i blu e i bianchi, ai tornelli a mezzora di distanza. A Genova percorsi divisi e ridotti al minimo.
Lo stabilimento che ha ripreso l’attività con più addetti è la Fca-Psa di Atessa, in Abruzzo, dove lavorano la maggior parte degli oltre 6.000 dipendenti su tre turni per produrre il Ducato. Sono stati sanificati 300 mila metri quadrati di stabilimento, installati 600 punti per la disinfezione delle persone, montati 15 maxi schermi per illustrare le regole di sicurezza. Anche per Fca si tratta di un’avanguardia. Il grosso dei dipendenti tornerà lunedì prossimo. Era importante comunque testare in uno stabilimento il protocollo firmato da azienda e sindacati nei giorni scorsi. «Non sarà come girare l’interruttore di un motore, la nostra sarà una partenza graduale. La difesa della salute è comunque al primo posto », dice il numero uno di Fca Europa Pietro Gorlier. Riaperture molto parziali anche a Mirafiori (sulla linea della nuova 500 elettrica), a Melfi, Cassino e Pomigliano.
E’ chiaro che quello iniziato ieri è un periodo di rodaggio. «Anche perché – dice Gorlier – torneremo alla piena produzione quando potranno riaprire i concessionari». Nessuno infatti produce per riempire i piazzali come accadeva negli anni Settanta. E la fabbrica del flusso teso, senza magazzino, è un sistema complesso che prevede tempi sincronizzati a monte e a valle dei cancelli. Vale per l’auto ma anche per tutti i principali settori industriali. La tutela della filiera delle piccole aziende fornitrici è una delle preoccupazioni di Confindustria: «Senza inserire liquidità nelle piccole aziende il sistema si blocca», dice Carlo Robiglio, presidente di Piccola industria. Che quantifica «in 15 miliardi di euro entro questa settimana» il denaro necessario per tutelare la filiera. Così le riaperture prudenti di questa settimana diventano anche una sorta di rodaggio per mettere a punto il sistema, verificarne i colli di bottiglia, immaginare soluzioni alternative. Il sistema industriale del flusso teso non ammette tempi morti. Il 17 febbraio a Kragujevac, in Serbia, Fca ha dovuto bloccare la produzione della 500 L perché l’epidemia di coronavirus aveva fermato in Cina la produzione dello schermo dell’autoradio di bordo. E non è stato possibile trovare in breve tempo un altro fornitore che ne offrisse uno con le stesse specifiche tecniche. Rodare il sistema è indispensabile soprattutto nell’auto, che a maggio ripartirà da una situazione drammatica con un mercato a zero: il presidente di Unrae, Michele Crisci, prevede che «ad aprile il mercato italiano potrebbe segnare un crollo del 98%». Record storico ma inevitabile. Con i concessionari chiusi e le fabbriche ferme c’è da chiedersi come abbia fatto quel due per cento a farsi immatricolare un veicolo.
Per il momento i sindacati, che sono stati a lungo perplessi sulla ripresa del lavoro in questa settimana, parlano di «fabbriche che lavorano a ritmi ridotti», come dice la segretaria della Fiom, Francesca Re David, sottolineando che «al momento hanno ripreso a lavorare il 60/70% delle aziende metalmeccaniche». Per il numero uno della Fim, Marco Bentivogli, «dove sono stati siglati protocolli concordati con i sindacati la ripartenza è avvenuta in modo migliore. Bisogna comunque tenere alta la guardia». I rischi maggiori sembrano infatti venire dal sistema dei trasporti necessario per far arrivare i dipendenti ai luoghi di lavoro. Per paradosso potrebbe essere più rischioso contrarre la malattia sull’autobus che porta in fabbrica che nello stabilimento.
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