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Termini lunghi, difesa a ostacoli

di Francesco Falcone e Antonio Iorio

La totale incertezza della decadenza dei termini di accertamento, determinata dalla sentenza 247/2011 della Corte costituzionale, impone al contribuente di far valere in tutte le sedi le proprie ragioni onde evitare utilizzi strumentali della notizia di reato da parte dei verificatori al solo fine di conseguire termini di rettifica ben più ampi di quelli ordinari.

In concreto la Corte esclude l'arbitrarietà perché rileva che il raddoppio non consegue a una valutazione discrezionale e meramente soggettiva degli uffici tributari, ma opera soltanto nel caso in cui siano obiettivamente riscontrabili, da parte di un pubblico ufficiale, gli elementi richiesti dall'articolo 331 del Codice procedura penale per l'insorgenza dell'obbligo di denuncia penale (si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri).

In tale contesto si inserisce, secondo la Corte, il controllo da parte del giudice tributario sulla legittimità dell'operato dell'amministrazione ove abbia fatto un uso pretestuoso e strumentale della notizia di reato per fruire in modo ingiustificato di un termine di accertamento più ampio.

In realtà la stessa Corte precisa poi che l'oggetto della valutazione da parte delle commissioni tributarie è circoscritto al riscontro dei presupposti dell'obbligo di denuncia e non riguarda l'accertamento del reato.

Ne consegue che in presenza del superamento delle soglie di imposta evasa previste per l'integrazione dei reati di cui al decreto legislativo 74/2000, il giudice tributario, salvo situazioni particolari (si veda l'altro articolo) ben difficilmente potrà eccepire un utilizzo strumentale.

È noto peraltro che in presenza di contestazioni di natura interpretativa, come quelle in materia di antieconomicità, abuso, antileusione eccetera e non di violazioni fiscali oggettive, il superamento delle soglie è obiettivamente molto frequente.

In concreto, il contribuente dovrà eccepire nel ricorso la decadenza dell'azione di accertamento da parte dell'ufficio rilevando la strumentalità della comunicazione della notizia di reato al solo fine di ottenere il raddoppio dei termini.

Poiché è ipotizzabile che tale mezzo difensivo non consentirà di ottenere particolari successi, stante appunto la limitazione della valutazione che compete al giudice tributario (presupposti dell'obbligo di denuncia), è verosimile che il contribuente, ritenuto leso dal comportamento dei verificatori, dovrà intraprendere anche altri percorsi.

Lo spunto, peraltro, lo offre sempre la sentenza 247/2001 laddove evidenzia che il pubblico ufficiale (nello specifico il verificatore), allorché abbia acquisito la notitia criminis nell'esercizio o a causa delle sue funzioni, non può liberamente valutare se e quando presentare la denuncia, ma deve inoltrarla prontamente, pena la commissione del reato previsto e punito dall'articolo 361 del Codice penale per il caso di omissione o ritardo nella denuncia.

Ove il contribuente ritenga che la denuncia sia stata fatta in ritardo, potrà egli stesso segnalare l'accaduto alla Procura della Repubblica evidenziando in particolare che per effetto di tale (strumentale) ritardo egli ha poi subito anche un danno. È prevedibile che i verificatori si difenderanno facendo appello al tecnicismo dei reati tributari e quindi alla necessità di approfondire determinate operazioni ovvero di quantificare con precisione le imposte evase.

In ultimo, occorre ricordare che la giurisprudenza di legittimità è orami unanime nel ritenere sussistente la responsabilità dei dipendenti dell'amministrazione, allorché commettano un atto illecito (anche non penalmente rilevante) cagionando un danno al contribuente. In tale contesto, è evidente la difficoltà per il contribuente di dimostrare che la denuncia alla Procura di ipotetici reati, poi rivelatisi insussistenti, possa in qualche modo costituire un atto illecito e non un atto dovuto del pubblico ufficiale. Tuttavia possono verificarsi casi in cui appare evidente che la notizia di reato sia stata inoltrata al solo fine di raddoppiare i termini di accertamento. In queste ipotesi, anche per bilanciare in qualche modo la schiacciante discrezionalità dei verificatori, una richiesta di risarcimento danni ai singoli funzionari potrebbe costituire un minimo deterrente per evitare arbitri.

 

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