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Termini elastici per l’appello

Il termine lungo per appellare la sentenza non decorre dalla data di deposito della sentenza ma da quando il contribuente ne ha avuto conoscenza. A precisarlo è la Corte di Cassazione con la sentenza 6048/2013 depositata ieri che sul punto ha modificato il precedente orientamento dei giudici di legittimità.
Una società proponeva ricorso per Cassazione avverso una sentenza emessa dalla Ctr perché aveva ritenuto che la pronuncia di primo grado fosse divenuta definitiva mancando la proposizione dell’appello nei tempi stabiliti per legge. Si ricorda al riguardo che prima della riforma del 2009, l’articolo 38 del Dlgs 546/92, rinviando alle disposizioni contenute nell’articolo 327 del codice di procedura civile, disponeva che il termine per l’impugnazione fosse di un anno (ora sei mesi) decorrente dalla data del deposito della stessa. In particolare, la contribuente aveva rilevato di non essere mai stata avvisata dell’avvenuto deposito, in quanto la commissione tributaria aveva omesso la notifica del relativo dispositivo.
A parere dei giudici di secondo grado, questa circostanza non aveva alcun rilievo poichè essendo stata la stessa società contribuente ad aver proposto il ricorso, non poteva dimostrare di essere «contumace involontaria ed incolpevole». La Corte, in contrasto con il precedente orientamento, ha ritenuto di accogliere il ricorso proposto dalla società.
Richiamando le disposizioni previste per il processo tributario, nella pronuncia è preliminarmente ricordato che nel Dlgs 546/92 sono obbligatoriamente previste delle comunicazioni alle parti costituite. In particolare l’articolo 22 prevede che esse vengano informate della data di trattazione o di eventuali rinvii, e l’articolo 37 che sia comunicato il deposito della sentenza. Pertanto, a parere dei giudici di legittimità, il legislatore ha voluto garantire il ricorrente (ovvero l’appellante) con un duplice affidamento di informazione sui fatti del procedimento.
Secondo la Corte di Cassazione, alla parte che non esercita tempestivamente il diritto di impugnazione, a causa dell’assenza di tali comunicazioni, non può essere precluso il diritto di difesa costituzionalmente previsto.
I giudici di legittimità, sul punto, hanno chiarito i termini della corretta interpretazione normativa in considerazione anche delle modifiche intervenute nel 2009. La legge 69/2009, entrata in vigore il 4 luglio, ha modificato l’articolo 153 del codice di procedura disponendo che la parte che dimostra di essere incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile può chiedere al giudice di essere rimessa nei termini.
In questa ipotesi è previsto che il giudice possa ammettere, la prova dell’impedimento e quindi possa provvedere alla rimessione in termini delle parti. A parere della Cassazione, la modifica normativa costituisce «un’espressione del principio della effettività della tutela giurisdizionale scolpito sia nell’articolo 111 della Costituzione sia nella Carta Europea dei diritti dell’Uomo». Occorre, pertanto, che il diritto alla difesa e alla partecipazione al processo non siano vanificati da una mera omissione da parte pubblici uffici. Ne consegue, che fino alla data del 4 luglio 2009, in assenza di un’espressa previsione normativa, deve essere applicato il principio di diritto, secondo cui i termini per l’impugnazione delle sentenze decorrono, per la parte cui non sia stata debitamente comunicato né l’avviso di trattazione, né il dispositivo, dalla data in cui essa ne ha avuto conoscenza.
Il principio appare particolarmente importante per le controversie instaurate prima del 4 luglio 2009. Per quelle successive, in conseguenza delle citate modifiche, dovrebbe essere riconosciuto, di diritto, la possibilità di rimessione nei termini, fatta salvo l’onere della prova a carico di chi lo richiede.

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