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Terapia d’urto per la giustizia civile

di Andrea Maria Candidi

Sfida difficile quella di «colmare il divario con gli altri Paesi» quando si tratta di efficienza e di tempi della giustizia civile. Basta comparare alcuni dati di struttura per capire quanto sia tortuosa la strada indicata da Mario Monti. Una media di avvocati – oltre 330 ogni 100mila abitanti – molto elevata rispetto ai 120 dei paesi membri del Consiglio d'Europa (solo la Grecia ne ha di più). Un livello di litigiosità che conta tre milioni di cause civili iscritte a ruolo in un anno, quanto Francia e Spagna messe insieme, oppure dieci volte quelle di Inghilterra e Galles. Il tutto a fronte della metà della dotazione standard di giudici, cioè appena 10 ogni 100mila persone, e un terzo di magistrati assegnati alle procure (il rapporto qui è a quota 3,4).

Questo il contesto in cui va letto l'obiettivo del nuovo premier di ridurre i tempi della giustizia civile. E forse la mossa più azzeccata sarebbe proprio quella di riportare un po' di equilibrio tra le forze in campo. Soprattutto oggi, all'indomani della conferenza nazionale dell'avvocatura, che si è chiusa sabato scorso, nel corso della quale la categoria forense ha manifestato la propria disponibilità a collaborare.

In attesa delle ricette del neo ministro della Giustizia, Paola Severino, che la scorsa settimana si è portata avanti presentando al Capo dello Stato le sue linee programmatiche, bisogna comunque partire dagli interventi più recenti. È in quest'ottica che vanno rilette alcune delle misure del precedente esecutivo che non hanno ancora avuto modo di esplicare i propri effetti. Vuoi perché mancanti ancora di qualche tassello normativo, come nel caso della riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie; vuoi perché, nonostante l'iter legislativo sia già arrivato a conclusione, gli interventi richiedono tempo per iniziare a dare frutti. Ed è questo il caso delle «disposizioni per l'efficienza del sistema giudiziario» inserite nella manovra estiva.

Misure che tentano di trasformare in manager i capi degli uffici, presidenti di tribunali e corti d'appello in primo luogo. I quali, in attesa della boccata d'ossigeno che potrebbe arrivare con il riordino della geografia giudiziaria, con le sole proprie forze devono "attaccare" la montagna dell'arretrato. Obiettivo: la riduzione della durata media dei procedimenti.

In particolare, ai presidenti è chiesto di guardare in casa propria, di studiare e di attuare, attraverso un programma annuale, le misure organizzative per dare efficienza alla struttura e tagliare un po' di arretrato (si veda, a questo proposito, l'intervista a Paolo De Fiore, presidente del tribunale di Roma, pubblicata qui in basso).

Un altro contributo nella direzione di una maggiore efficienza del servizio giustizia potrà arrivare con il completamento normativo e l'attuazione della razionalizzazione delle circoscrizioni. Il primo step potrebbe essere la riduzione degli uffici del giudice di pace, colpendo quelli di dimensioni più piccole, come anticipato sul Sole 24 Ore del 20 novembre: le ipotesi sul tappeto divergono solo sul numero delle sedi – tra 532 e 674 – che saranno soppresse. Il secondo capitolo, sempre nella stessa scia, sarà allora quello del taglio dei "tribunalini" e delle sezioni distaccate.

Un'operazione-efficienza che nel suo complesso avrà un effetto sui conti relativo – un risparmio calcolato in 80 milioni di euro l'anno – mentre assai d'impatto è il recupero stimato di risorse umane da "redistribuire" nella macchina giudiziaria: si parla di circa 6mila unità di personale amministrativo e quasi un migliaio di magistrati. Un 10-15% di forze in campo meglio utilizzate che contribuirebbero al riequilibrio del sistema e al riavvicinamento agli standard europei.
 

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