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Tensioni su Brexit, ma Google resta a Londra

Una buona notizia per la Brexit, ma è anche una cattiva notizia per la Brexit. Nonostante le ansie sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, Google ha deciso di espandere la sua base a Londra con un nuovo, futuristico quartier generale, anzi un “campus” come chiama le sue sedi principali: sorgerà vicino alla stazione di King’s Cross, sarà lungo quanto è alto lo Shard (il grattacielo più alto d’Europa disegnato da Renzo Piano), costerà 1 miliardo di sterline, saranno creati 3 mila posti di lavoro per costruirlo e ospiterà 7 mila dipendenti ovvero 4 mila in più di quelli che l’azienda ha ora nella capitale. «Un voto di fiducia sul nostro paese come hub tecnologico globale», giubila il ministro del Tesoro Philip Hammond. Sottinteso: un voto a favore della Brexit, visto che si temeva una fuga dalla City. Se resta e anzi raddoppia Google, l’aspettativa è che restino anche altri.
Ma la decisione contiene pure una cattiva notizia, o perlomeno un monito, per chi vuole dare un taglio netto all’Europa: la Brexit, con l’aspettativa di tagli e controlli all’immigrazione, va contro gli ideali di Google, avverte Sundar Pichai, l’amministratore delegato del gruppo. «Nella nostra esperienza, nel tipo di cose complesse che facciamo, abbiamo bisogno di attirare gente di ogni origine per risolvere i problemi – afferma Pichai – Questi sono i valori che ammiriamo e per noi sono particolarmente importanti». Sottinteso: cara premier Theresa May, restiamo a Londra ma ci auguriamo che punterai a una Brexit senza chiusura delle frontiere agli immigrati. Di buone notizie, la Brexit ieri ne ha avuta un’altra: la disoccupazione è scesa a settembre al 4,8 per cento, il livello più basso da undici anni.
Ma allora, se è così bassa, perché tanta ostilità verso l’immigrazione?
In proposito, scambio di battute al veleno a Bruxelles fra il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson e il ministro per lo Sviluppo Economico italiano Carlo Calenda. Johnson: «Non voglio libertà di movimento per gli immigrati ma voglio accesso al mercato unico».
Calenda: «Senza libertà di movimento, non se ne parla». Johnson: «Venderete meno prosecco in Gran Bretagna». Calenda: «E voi venderete meno fish and chips in 27 paesi». Calenda definisce “offensive” le parole di Johnson. Che adesso il Guardian definisce “il ministro del Prosecco”. Peccato che non sia una commedia.

Enrico Franceschini

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