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Tensione sull’Italia, spread a 351 punti

La fine del Governo Monti, di fatto voluta da Silvio Berlusconi, ha prodotto ieri suoi effetti sul mercato. Non era difficile immaginarlo. Nell’ultima seduta, come peraltro già accaduto giovedì scorso quando il Centrodestra ha annunciato l’astensione sulla fiducia al Dl sviluppo e a quello sui costi della politica, i rendimenti dei titoli di Stato italiani sono saliti. Gli investitori, cioè, hanno venduto il nostro debito pubblico.
Così, il saggio del BTp decennale in avvio di seduta è subito cresciuto, arrivando a superare poco dopo mezzogiorno il 4,9%. In quel momento lo spread con il Bund a 10 anni ha toccato i 362 punti base. Successivamente, il differenziale ha un po’ ritracciato: alle 18.00, in chiusura degli scambi, si è assestato a quota 351 basis point (erano 324 a fine settimana scorsa). Il rendimento del BTp, dal canto suo, si è fermato al 4,81%: venerdì 7 dicembre era al 4,53% e, solamente un’ottava fa, al 4,4%.
La maggiore tensione in Italia, come da copione nella crisi del debito sovrano Ue, ha contagiato gli altri governativi periferici. Seppure, in maniera più limitata rispetto al passato. Il rendimento del decennale spagnolo, ad esempio, è salito al 5,53% (5,49% due sedute fa), con lo spread sul Bund che praticamente è rimasto invariato (423 punti base). Un risultato, quest’ultimo, conseguenza anche della dinamica del titolo teutonico. Il suo saggio, infatti, è “cresciuto” all’1,3%. Certo, la percentuale resta bassissima. Eppure, la sua dinamica segnala la sempre maggiore fatica di Berlino nel fregiarsi del titolo di “isola felice” di Eurolandia. A pensarlo, una quasi “bestemmia” solamente qualche mese fa.
Al di là dei bond tedeschi, ieri il rialzo dei rendimenti made in Italy ha riguardato molte scadenze dei titoli di Stato: il buono quinquennale, ad esempio, è salito al 3,69%; quello biennale è cresciuto al 2,27% (era il 2% venerdì scorso). «C’è stato – sottolinea Gianluca Garbi, ceo di Banca Sistema – uno spostamento all’insù dell’intera curva dei rendimenti». Il che, seppure in uno scenario in peggioramento, «è comunque un trend positivo. Cioè, le scadenze a breve non hanno raggiunto rendimenti maggiori rispetto a quelle più lunghe». Come, diversamente, era accaduto nel novembre 2011. Insomma, la situazione non può dirsi «di emergenza come allora».
Il segnale, forse più emozionale che razionale, ieri c’è comunque stato. I motivi? In primis, ha impressionato la “durezza” dello strappo. Una modalità che fa temere il ritorno ad un Italia, dominata da interessi personali, non governabile. Inoltre, c’è il tema della campagna elettorale per le elezioni politiche. «Le posizioni dei partiti – dice Angelo Drusiani di Albertini Syz – rischiano di radicalizzarsi. La strategia del Pdl, di nuovo vicino alla Lega, ne è un esempio. Per non parlare, poi, di M5S. Il rischio è che la linea del governo Monti venga abbandonata». Giusto, o sbagliato, che sia «i mercati chiedono che l’Italia rispetti gli impegni presi, soprattutto sul fronte delle riforme e della riduzione del debito pubblico».
E non solo. L’altro elemento che induce forte preoccupazione è l’eventuale stallo post-elettorale. Cioè, la mancata riforma della legge elettorale pone seri interrogativi su quali rapporti di forza possano uscire dalle urne. Non pochi operatori, ieri sul mercato, sottolineavano che il rischio è quello di una riedizione del 2006. Vale a dire, una maggioranza chiara (presumibilmente del Centro-sinistra) alla Camera e, invece, la parità al Senato. Il che, inevitabilmente, sarebbe insostenibile. Tanto da portare a ulteriori votazioni. Insomma, uno scenario alla “greca” che rende molto, molto nervosi gli investitori.
Quel nervosismo che, anche in questo caso dai giorni in cui è parsa chiara l’accelerazione della crisi da parte del Pdl (5 dicembre scorso), è stato segnalato dall’andamento dei Cds. I Credit default swap sull’Italia, infatti, sono passati da circa 225 punti base agli attuali 289. Certo, i Cds sono strumenti opachi scambiati Over the counter. Ma l’indicazione dell’aumentare del premio al rischio sul Belpaese appare inequivocabile.

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