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Tensione sui BTp, corsa ai bond-rifugio

«Slow panic», lo chiamano. Ovvero un lento ma crescente panico. Ecco come è cambiato lo stato d’animo degli investitori globali nel corso delle ultime settimane. Lo stallo parlamentare in Italia, la tormentata vicenda del salvataggio di Cipro, i focolai di crisi in Slovenia: un mix di elementi ha riacceso i timori di una spaccatura dell’Eurozona, sempre più provata dai pesanti segni di recessione. La riprova è nell’andamento dei titoli governativi globali. A partire da fine febbraio, e cioè dalle inconcludenti elezioni politiche italiane, l’umore dei mercati è mutato. È aumentata sempre più la domanda di titoli percepiti come più sicuri, i cosidetti Paesi «core» (dalla Germania agli Stati Uniti) mentre si è indebolito l’interesse per i titoli dei Paesi periferici, da quelli italiani a quelli greci o portoghesi. Ieri i mercati erano chiusi per festività. Il vero test, dunque, ci sarà oggi, quando si capirà se la mossa del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – che ha confermato di voler mantenere il suo incarico fino all’ultimo giorno – avrà sortito l’effetto sperato, ovvero placare gli animi degli investitori sempre più timorosi della tenuta del debito italiano. Tuttavia, se si guarda all’intonazione delle ultime settimane, è difficile aver dubbi sull’umore degli investitori: dal 25 febbraio ad oggi, i tassi italiani sono aumentati di oltre trenta punti base, balzando dal 4,44% al 4,78% sulla scadenza decennale, a segnalare un aumento delle percezione del rischio. In netta risalita anche i tassi di altri Paesi periferici, come quelli portoghesi (dal 6,22% al 6,43%) o quelli greci, scattati dal 10,8% al 12,5%. Se escono dai Paesi più deboli, i flussi rientrano sui titoli dei Paesi più solidi, rendendoli così sempre più costosi e riducendone i rendimenti. Ecco perché si sono raffreddati i tassi francesi, scesi dal 2,23% al 2,02% (20 punti base pari al 9,4%), quelli austriaci (-24 pb, pari al 11,8%) e persino quelli belgi (-20 pb, -8%). Ma il vero rally l’hanno messo a segno i Gilt (-15,6%) e i già ultra costosi Bund tedeschi, il «porto sicuro» per eccellenza. Complice il recente allarme scattato su Cipro, Berlino ha visto abbassare il costo del proprio indebitamento dall’1,57% all’1,29%: 30 punti base in meno che si traducono in un calo del 18%. «Sia chiaro: non siamo nelle condizioni viste nel 2011, quando i tassi italiani superarono il 7% né, tanto meno, si sono registrate improvvise inversioni delle curve dei rendimenti periferici – spiega uno dei principali asset manager italiani – e questo ci può tranquillizzare». Tuttavia è innegabile che «le sale operative si stiano cautelando per evitare rischi che, seppur remoti, sono comunque sul tappeto».
Quasi a confermare l’allarme montato tra gli investitori istituzionali nelle ultime settimane sono anche le indicazioni provenienti da Epfr, uno tra i principali data provider globali, che ha evidenziato come la scorsa settimana gli investitori abbiano ridotto le quote di fondi comuni esposti sull’azionario europeo aumentando invece quelle sull’azionario giapponese e americano. Gli effetti si sono visti chiaramente anche su indici e valute: mentre la scorsa settimana l’indice europeo Stoxx 600 è arretrato dello 0,1%, l’S&P 500 è cresciuto dello 0,8%. Ma ancor più evidente è la divaricazione da inizio anno. Se Wall Street ha messo a segno il suo miglior primo trimestre dal 1996 (con un rialzo di oltre il 10%), l’EuroStoxx è in negativo dello 0,45%. L’Italia? Manco a dirlo è maglia nera nel Vecchio Continente, con un calo del 5,74%.

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