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Tensione al tavolo sulla produttività Ma la trattativa parte

Superamento degli automatismi contrattuali, rafforzamento del secondo livello, flessibilità e demansionamento. Ma anche più welfare aziendale, azionariato ai dipendenti con fiscalità di vantaggio e un patto intergenerazionale per far uscire i padri e far entrare i figli. Insomma si tratta di rafforzare l’accordo del 28 giugno 2001 con un occhio di riguardo all’innovativo contratto dei chimici firmato due settimane fa. Con questa bozza di intesa faticosamente raggiunta tra le associazioni imprenditoriali, la trattativa col sindacato per recuperare la produttività perduta da ieri sera è entrata nel vivo. Con una riunione nella foresteria confindustriale di via Veneto tra i leader di tutte le organizzazioni accompagnati dagli «sherpa» durata due ore. Prossimo incontro domani, venerdì. Per chiudere l’intesa tra le parti sociali chiesta personalmente dal premier Mario Monti ci vorrà infatti ancora qualche giorno di tempo. Non molti perché giovedì prossimo al Consiglio europeo il Professore gradirebbe presentarsi con in mano qualcosa di spendibile. «Non possiamo essere vincolati a un termine perentorio», ha però detto il segretario della Cgil, Susanna Camusso, dopo l’incontro. Che ha comunque definito costruttivo.
Il contesto è stato favorito dalla novità emersa nella legge di stabilità che vede spuntare la cifra non prevista di 1,6 miliardi di euro nel biennio per finanziare le agevolazioni fiscali al 10% del salario di secondo livello. «Un segno importante e un forte incentivo per raggiungere l’accordo tra le parti», ha commentato il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni. E un invito anche a sbrigarsi perché non è detto che quei soldi poi non vengano dirottati in altre direzioni più certe. Più riflessiva la reazione della Cgil che ieri ha tenuto una lunga segreteria per commentare la manovra del governo da 12 miliardi e preparare l’incontro con gli imprenditori. Alla base delle perplessità di Susanna Camusso, nelle osservazioni emerse anche ieri tra gli altri sindacalisti Cgil, c’è la difficoltà oggettiva di scrivere un’intesa «vera e di sostanza» che riesca in concreto a mediare tra le troppe differenze aziendali. Come si fa a mettere d’accordo le esigenze di produttività di una impresa artigiana con dieci dipendenti e colossi come l’Enel? Altra cosa sulla quale la Cgil vuol vederci chiaro è lo sbandieramento eccessivo fatto sulla validità dell’accordo del 28 giugno quando gli artigiani e i commercianti di Rete Imprese non lo hanno mai firmato.
Il documento comune (sei cartelle limate fino all’ultimo), che ieri gli imprenditori hanno illustrato ai sindacalisti ma non consegnato, ricorda i dati dell’Ocse secondo i quali l’Italia nel periodo 1999-2009 ha perso 15 punti di produttività del lavoro nei confronti della Germania e della Francia. E poi invita i sindacati a stringere su alcuni punti per aumentare la flessibilità e gli orari di lavoro mentre fissa la fine dell’anno come termine per verificare lo stato delle relazioni industriali nelle rispettive aree merceologiche. Così come si impegnano a realizzare entro l’anno un «ordinato sistema di regole sulla rappresentanza». Al punto 6 si affronta il delicato passaggio che disciplina le mansioni. Attualmente la legge consente al datore di lavoro di modificarle ma solo verso l’alto o equivalenti. In questo secondo caso spesso si ricorre al giudice. Gli imprenditori vorrebbero che sia la contrattazione collettiva a definire il concetto di equivalenza e di «prevedere anche l’assegnazione a mansioni inferiori». Un argomento molto delicato sul quale starebbe lavorando anche l’ufficio legislativo del ministero del Welfare per collegare il principio del demansionamento con soluzioni di part-time verso la pensione e la contestuale assunzione di giovani.

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