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Tempi più lunghi per licenziare ma senza bisogno dell’ok Mise

Applicare la legge 223 sui licenziamenti collettivi, magari allungando i tempi previsti per la consultazione sindacale – oggi per le aziende più grandi, fino a 75 giorni, vale a dire due mesi e mezzo – superati i quali procedere agli atti di recesso. Alleggerire poi la procedura, prevista nella bozza di Dl anti delocalizzazioni, eliminando l’ok finale del ministero dello Sviluppo economico al piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche che l’azienda (che decide di chiudere) è tenuta a presentare.

Sono questi due possibili correttivi su cui stanno ragionando i tecnici del governo per modificare la bozza di provvedimento che vede impegnati Lavoro e Mise, dopo le aspre polemiche dei giorni scorsi, con le imprese sulle barricate per via di norme ritenute oltremodo punitive.

Il tema è delicato; i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, all’indomani del caso Gkn, hanno messo a punto una bozza di testo che sostanzialmente prevede un percorso obbligato per le multinazionali che decidono di chiudere il sito produttivo in Italia. Le nuove norme si applicano alle aziende con almeno 250 dipendenti (sono poco più di 4mila sulla base dei dati Istat 2019, ndr) che, è scritto nella bozza di provvedimento, intendono procedere alla «chiusura di un sito produttivo situato nel territorio nazionale con cessazione definitiva dell’attività per ragioni non determinate da squilibrio patrimoniale o economico-finanziario che ne renda probabile la crisi o l’insolvenza».

Ebbene, in queste fattispecie, la bozza di testo impone all’azienda (che decide di chiudere il sito), prima di procedere ai licenziamenti, una serie di adempimenti: l’obbligo di una comunicazione scritta del progetto di chiusura del sito produttivo a Lavoro, Mise, Anpal, Regioni e sindacati; entro 90 giorni dalla comunicazione scritta, poi, l’azienda deve presentare al Mise un piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche derivanti dalla chiusura del sito produttivo. Lo Sviluppo economico, entro altri 30 giorni dalla presentazione del piano, convoca l’impresa per esame e discussione del documento, assieme ad Anpal, regioni e sindacati. Entro i successivi 30 giorni la struttura del Mise deve concludere l’esame del piano (si può prorogare di altri 30 giorni, con l’accordo di tutte le parti). Insomma, un percorso tortuoso e “sub judice” (un eventuale disco rosso del Mise bloccherebbe l’impresa).

L’idea dei tecnici del governo è quella di provare a smussare alcune rigidità: si starebbe valutando l’ipotesi di prendere a riferimento la legge 223 sui licenziamenti, dilatando un po’ i tempi del confronto con il sindacato; ed eliminando il giudizio finale del Mise. Si starebbe trattando anche sulle sanzioni. A oggi, nella bozza di dl non si fa più cenno a black list e maxi multe (2% del fatturato dell’ultimo esercizio). Ma se non c’è il piano (o, come detto, il Mise non l’approva) si prevede contributo di licenziamento in misura incrementata di dieci volte; e stop a contributi e finanziamenti pubblici per cinque anni. In settimana proseguiranno telefonate e incontri informali all’interno dell’esecutivo per una trovare soluzione condivisa. Non si esclude anche un tavolo allargato a imprese e sindacati.

«Le norme vanno scritte con molto equilibrio – sottolinea Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro alla Sapienza di Roma -. Intanto, va chiarito il concetto di delocalizzazione, e comunque occorre circoscrivere l’eventuale stretta solo a coloro che si sono veramente approfittati. Il punto è che la libertà di scegliere il luogo dove produrre non può essere imposta dal Legislatore nazionale, semmai può essere resa più o meno attrattiva. Altrimenti, il rischio è che le aziende non vengano a investire in Italia».

Sull’altro tema caldo di agosto, il green pass per accedere a tutti i luoghi di lavoro (non solo le mense), il governo, al momento, sta ragionando. A regime, potrebbe esserci un 20% di lavoratori non vaccinati (anche per ragioni sanitarie), difficilmente sostituibili, che potrebbero frenare l’attività produttiva e quindi la ripresa. Anche per questo motivo, ci si starebbe orientando su una linea di prudenza, lasciando alle parti sociali la gestione delle regole sulla sicurezza. Del resto, con i protocolli in vigore, le aziende (dati Inail) sono state e sono i posti tra i più sicuri.

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