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Telefoni, la protesta anti-Authority

MILANO — La sala Capitolare presso il palazzo della Minerva a Roma, dove il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò, domani presenterà la sua ultima relazione prima della fine del suo terzo mandato, è ampia. I rappresentanti del governo, a partire dal ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, saranno in prima fila. Ci sarà il presidente di Telecom Italia, Franco Bernabé. Ma per quanto possa essere ampia la confusione della giornata sarà difficile non notare l’assenza dei top manager di Vodafone, Fastweb e Wind, Paolo Bertoluzzo, Alberto Calcagno e Osama Bessada. Non ci saranno nemmeno i capi dell’ufficio regolamentare dei tre principali operatori concorrenti dell’incumbent. Uno dei tre pare che abbia degli oggettivi impegni e, in ogni caso, è in uscita. Gli altri non si sono certo fatti in quattro per far quadrare le agende. E comunque nessuno si sta prodigando per mandare dei sostituti di alto livello, almeno per puro rispetto istituzionale come si fa in questi casi.
Fatto sta che di fronte a Calabrò che tirerà le somme sui sette anni alla guida dell’authority ci saranno tre poltroncine vuote in bella vista. Che il segnale sia pianificato, pensato come uno sciopero bianco, o casuale (ma sarebbe proprio un tiro mancino della teoria del caos contro Calabrò) il risultato non cambierà. Lo scontento di alcuni operatori nei confronti di una presidenza vista come troppo pro-Telecom si baserebbe anche su alcune stime non proprio felici se le si guarda dal punto di vista del mercato: mettendo in fila le decisioni regolatorie prese solo nel triennio 2008-2011, quindi l’ultimo, l’impatto sui margini di Telecom ammonterebbe a circa 600 milioni di euro solo per l’ultimo anno.
Il risultato si ottiene sommando l’impatto positivo sui conti dell’incumbent dei canoni wholesale (cioè quelli per cui gli altri operatori devono pagare Telecom per l’utilizzo di una parte della rete) passati tra il 2008 e il 2011 da 7,64 euro al mese a 9,02 per l’unbundling, a 18,21 a 19,24 euro per il naked bitstream e da 10,68 a 12,5 euro per il wlr residenziale. Sterilizzando questo numero con la riduzione degli introiti per Telecom con il passaggio da 19,8 a 14,87 euro per il wlr business e considerando, fonte Deutsche Bank, 4,8 milioni di linee in unbundling e 2,05 in bitstream e wlr, si ottengono 106 milioni di euro in più.
Altri 217 milioni verrebbero dai canoni retail passati da 12,14 a 13,75 euro nello stesso periodo. Questi canoni non sono più regolamentati ma devono comunque essere monitorati dall’AgCom. Considerando 11,2 milioni di linee si ottiene l’ulteriore margine. Più complesso il calcolo dell’impatto delle terminazioni mobili dove per Tim si è passati da 8,85 a 5,3 euro con minori ricavi per 480 milioni da 13,8 miliardi di “minuti In” ma anche minori costi per 404 milioni da 9,8 miliardi di “minuti out” per anno. Ma anche qui andrebbero considerati 350 milioni di minori costi per le telefonate dal fisso Telecom al mobile degli altri operatori (9,1 miliardi di “minuti out”) con un impatto finale di 274 milioni. Dati che potrebbero anche essere messi in discussione spaccando il capello, ma che danno un chiaro segnale del trend. E che spiegano, senza troppi giri di parole, le assenze di domani.

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