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Telecom, Telefonica vende il convertendo

Telefonica avrebbe venduto sul mercato i 103 milioni di prestito convertendo Telecom Italia sottoscritti a novembre scorso. Secondo indiscrezioni, l’operazione si sarebbe conclusa lunedì 16 giugno con il supporto di JP Morgan. Il gruppo spagnolo, interpellato, non commenta. La mossa, seppure di valore “economicamente” simbolico, ha un significato certamente rilevante: è forse un segnale che gli spagnoli stanno riconsiderando la strategicità della partecipazione nel gruppo telefonico italiano? La domanda assume ancor più valore proprio perché lo smobilizzo del prestito arriva nel bel mezzo dello scioglimento di Telco, che porterà il gruppo di Cesar Alierta a detenere il 14,8% diretto di Telecom Italia.
Il convertendo
Telefonica aveva acquistato la quota parte di prestito in sede di emissione da parte di Telecom del convertendo da 1,3 miliardi. Il bond, a suo tempo, è stato collocato al prezzo minimo di conversione di 68,01 centesimi ad azione, rispetto a un prezzo massimo di 83,31 centesimi, all’epoca a premio del 22,5% sulle quotazioni. Considerata la cedola annua, fissata al 6,125%, il prezzo “vero” di acquisto a termine risultava compreso tra 54 e 66 centesimi. Oggi il bond, piazzato alla pari, quota attorno a 127 euro ed ha un rendimento negativo del 4,7%. Rispetto ad allora, però, il titolo Telecom Italia ha superato anche il prezzo massimo di conversione considerato che ieri ha chiuso a 0,9515 euro.
In ragione di ciò, l’operazione compiuta da Telefonica ha sicuramente una sua ratio finanziaria. Tutta da comprendere, invece, la finalità strategica. Va ricordato infatti che Madrid aveva sottoscritto l’emissione, finita peraltro nel mirino di Consob perché operazione con parti correlate non dichiarata, come mossa difensiva per evitare i futuri effetti diluitivi della trasformazione in equity del prestito in scadenza a novembre 2016. Mettendo sul piatto poco più di 100 milioni, Telefonica si era assicurata un pacchetto di Telecom vicino all’1%. Quanto basta per restare attorno al 15% della società italiana, quota che gli assicura la veste di primo socio.
Lo scioglimento di Telco
La vendita del convertendo risulta ancor più curiosa perché sarebbe avvenuta nel giorno stesso in cui gli azionisti di Telco diversi da Telefonica hanno avviato le pratiche per la scissione dal veicolo. Proprio il 16 giugno, infatti, era il primo giorno utile per dare il via alla separazione. Un’operazione che porterà i soci di Telco a diventare azionisti diretti della compagnia telefonica con le seguenti quote: gli spagnoli al 15%, Generali al 4,3%, Intesa Sanpaolo e Mediobanca all’1,7% ciascuno. In questo scenario, è plausibile che il fronte italiano proceda in tempi rapidi alla vendita delle partecipazioni, andando contemporaneamente ad abbattere il debito che le accompagna.
Il risultato finale sarà una Telefonica potenzialmente «sola» con in mano poco meno del 15% del capitale. Troppo poco per dettare la linea, dato che dovrà fare i conti con il mercato, che all’ultima assemblea di Telecom Italia ha fatto capire di essere il nuovo socio forte della compagnia. D’altra parte, con quel pacchetto, il gruppo presieduto da Cesar Alierta sembra avere margini di manovra assai ridotti: non è rappresentato nel board; non ha i numeri sufficienti per dire la sua in tema di operazioni straordinarie perché non rappresenta una minoranza di blocco che richiede i due terzi del capitale.
Insomma, la strada appare in salita. Tanto più alla luce della recente bocciatura del ricorso di Telefonica contro il provvedimento del Cade che imponeva al gruppo di Alierta di scendere in Telco dal 66% della holding al 46% che aveva fino a settembre scorso. Una decisione che complica perfino il quadro della scissione di Telco per gli spagnoli. È in questo contesto dunque che va letta la recente mossa sul prestito convertendo. E qualcuno si spinge a suggerire che quello smobilizzo potrebbe essere solo il primo passo verso una futura ritirata spagnola.

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