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Telecom, si tratta sui poteri di Bernabè

di Massimo Mucchetti

MILANO — Il comitato nomine di Mediobanca, riunito ieri in piazzetta Cuccia sotto la presidenza di Renato Pagliaro, conferma lo stesso Pagliaro e il consigliere Tarak Ben Ammar nella lista che Telco, la holding cui partecipano anche Telefonica, Generali e Intesa Sanpaolo, deve depositare entro il 16 marzo per il consiglio di Telecom Italia. La scelta fotografa le difficoltà del momento. Pagliaro, infatti, intende spostare Franco Bernabé dalla poltrona di amministratore delegato a quella di presidente, che Gabriele Galateri dovrebbe lasciare. Promuoverebbe poi ad amministratori delegati Marco Patuano e Luca Luciani, per l'Italia e il Sud America. Nel comitato nomine, Marco Tronchetti Provera ne ha disegnato i profili: più rotondo e affidabile il primo, più spumeggiante il secondo. Nello stesso giorno, in un'intervista al Corriere, Ben Ammar sostiene la conferma di Bernabé capo dell'azienda. In Mediobanca c’è dunque diversità d’accenti: rinnovamento nella continuità (Pagliaro e il management), continuità che porterà al rinnovamento (Ben Ammar e Bolloré). È una diversità non irrilevante. Un presidente con deleghe politiche tratta con i regolatori, parla con i giornali, affronta i governi, presiede l'organo amministrativo, segue il servizio legale. Ma lascia agli amministratori delegati investimenti, personale, budget, tecnologie, costruzione delle alleanze. Il capo azienda ha i poteri dell'amministratore delegato. Se li avesse da presidente, sarebbe un pdg alla francese. Questi tuttavia sono gli estremi di un ragionamento entro il quale si ricerca un compromesso che Bernabé dovrebbe avallare. Dall'America, Bernabé ha fatto sapere che o resta capo azienda per costruire il futuro oppure lascia. D'altra parte, la Federdirigenti di Telecom si è ieri schierata a favore degli attuali vertici, Galateri compreso. Nei giorni scorsi, il consiglio uscente di Telecom aveva disegnato l'identikit del capo azienda ideale. E l'indipendente Luigi Zingales ha proposto sul Sole 24 Ore che a decidere sia proprio il consiglio indicato dai soci e non i soci direttamente. Arun Sarin, gran capo di Vodafone, ingaggiò Vittorio Colao come numero due con la prospettiva, non la promessa, della successione di lì a qualche anno. Colao superò l'esame di Sarin e degli altri membri del board a ciò deputati, e all’assemblea ci fu il passaggio delle consegne. Ma Telco è un'altra cosa. Nel 2007 impiegò più di sei mesi prima di scegliere, più contorta e indecisionista di una maggioranza parlamentare. E questa volta si è ridotta all’ultimo, parlando con il top manager solo alla fine. Eppure, la posizione di Bernabé può aiutare a rispettare le scadenze. A lui va bene la promozione di Patuano e Luciani a country manager per i due principali mercati: lui stesso li ha lanciati consentendo loro di emanciparsi da errori del passato. Non è ancora il tempo di farli amministratori delegati, e certo non giova all'equilibrio generale l'averlo loro prospettato. Le posizioni di Bernabé e Galateri, d'altra parte, hanno l'appoggio del socio spagnolo Telefonica, irritato per le manovre italiane. E anche quello del ministero dell'Economia, Giulio Tremonti, che ieri ha visto alcuni banchieri. E Mediobanca? Fa sapere che i primi colloqui con Bernabé procedono bene. Bene perché il top manager è venuto a miti consigli o perché si profila un accordo per una successione graduale nel tempo guidata dallo stesso Bernabé? La risposta verrà con l'attribuzione delle deleghe. Per ora niente barricate.

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