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Telecom rilancia su Tim e pensa alla holding

MILANO — Per Tarak Ben Ammar è stato «un pranzo tra amici». Che è durato la bellezza di quattro ore e che come portata principale aveva il nuovo piano strategico di Telecom Italia, che il presidente Franco Bernabè sottoporrà formalmente al consiglio del 3 ottobre. Ieri, nella sede del gruppo in Piazza Affari, il manager ha illustrato in modo informale le linee guida del programma ai consiglieri e ai sindaci del gruppo. Il cambio di rotta che ha in mente Bernabè sarebbe drastico. Se il piano sarà confermato, Telecom Italia procederà alla societarizzazione di tutte le attività, trasformandosi di fatto in una holding. Il cui nome, secondo quanto sarebbe stato proposto nel corso dell’incontro, potrebbe anche cambiare. Insieme alla trasformazione ci sarebbe infatti l’idea di «ribrandizzare», come dicono gli esperti di marketing, tutte le attività della società e la scelta sarebbe caduta su Tim. E’ più o meno quello che ha fatto già France Telecom, con Orange.
La proposta che è stata illustrata ai consiglieri oltre la societarizzazione della rete prevederebbe un assetto analogo anche per le attività di customer care e commerciale, che andrebbero a costituire delle società a se stanti. A loro volta le attività commerciali verrebbero divise in due ulteriori segmenti: clientela business e retail. E nell’ambito del segmento business i clienti verrebbero ulteriormente segmentati tra «settore pubblico» e «corporate». In cima verrebbe creata una sorta di subholding per l’Italia, a cui farebbero capo le attività societarizzate, a fianco di quelle estere e di Telecom Italia Sparkle, che resterebbe un’entità a se stante.
Il «pranzo tra amici» è stato «costruttivo», ha commentato al termine il presidente dicendosi «fiducioso» sulle decisioni che prenderà il board a ottobre.
Messo così il piano non sembrerebbe richiedere nuovi capitali. Ma tra le pieghe c’è almeno una parte che necessita di una forte capacità di investimento. E’ quella che riguarda la rete. Bernabè avrebbe virato rispetto ai piani originali puntando a portare adesso la fibra ottica direttamente nelle case, e non più solo fino agli armadi su strada, per cavalcare così la rapida evoluzione di smartphone e smart-tv. Ieri il gruppo telefonico ha messo in cassa 1 miliardo di euro, collocando un bond a 7 anni che ha ricevuto richieste per 5 miliardi. Non basta. Che siano gli attuali soci di Telco a mettere i capitali per il piano appare difficile, vista la volontà manifestata da Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo di dare un nuovo assetto alla cassaforte di Telecom. Di cui l’unico socio stabile resterebbe Telefonica, ma con una capacità di investimento ridotta per via dagli oltre 51 miliardi di debito con cui deve fare i conti. Il 28 settembre scade il termine per la disdetta del patto di sindacato di Telco e quindi si capirà prima del 3 ottobre se a finanziare il piano saranno nuovi azionisti. Non Li Ka Shing, il patron di Hutchison Whampoa con cui Bernabè aveva valutato di fondersi. Ieri il plenipotenziario in Italia, Vincenzo Novari, ha escluso un ritorno di fiamma: «La strada di Telecom si sta definendo e prescindere da noi».
La strategia sulla fibra si incrocia con l’annosa questione dello scorporo della rete. A maggior ragione a fronte degli ingenti investimenti che richiederebbe la nuova strategia. La trattativa con la Cdp prosegue, ma al momento non vengono segnalati passi avanti. Guardando allo sviluppo della rete, «il problema della ricapitalizzazione di Telecom è un problema serio» ha commentato Vito Gamberale ieri in audizione al Senato sul tema dello scorporo. Con F2i Gamberale ha rilevato l’altra rete in fibra, quella di Metroweb, e ieri ha auspicato una «collaborazione sinergica con Telecom» per dare una «spinta al Paese».

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