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Telecom, pronto il piano industriale

Nessun consiglio in programma, ma il piano industriale di Telecom Italia è pronto e sarà illustrato oggi in una riunione informale con i componenti del board. Il piano dovrebbe insistere, come anticipato da fonti sindacali, su un’accelerazione consistente degli investimenti per far evolvere la rete verso la fibra ottica, che non può aspettare lo scorporo dell’infrastruttura d’accesso in una newco dedicata. Processo che, nelle previsioni Ue, potrebbe richiedere un paio d’anni prima di essere effettivamente implementato. In parallelo è prevista una riorganizzazione – in chiave di miglior presidio commerciale e di maggior efficienza – con l’ipotesi di societarizzare, oltre la rete d’accesso, anche l’attività di customer care, i servizi per la clientela business e quelli per la clientela retail.
Per mettere a punto il piano l’ad Marco Patuano e gli ingegneri del gruppo si sono avvalsi anche della collaborazione di Telefonica, con visite al quartier generale di Madrid allo scopo di verificare la possibilità di replicare in Italia alcune scelte che hanno permesso all’operatore spagnolo di risparmiare sui costi. È il caso per esempio del customer care, che gli spagnoli hanno dato in outsourcing, o della rete di trasporto che Telefonica riesce a gestire con costi inferiori a quelli di Telecom. Il piano dovrà quantificare ovviamente anche le risorse necessarie a sostenerlo: qualche indicazione in questo senso potrebbe arrivare già oggi. Ma per tirare complessivamente le fila, anche sotto il profilo finanziario, occorrerà attendere il consiglio del 3 ottobre, quando si saprà se Telco è ancora in vita oppure – scenario che al momento sembra più probabile – se è destinata a sciogliersi. Allo stato è chiaro che i soci italiani di Telco – Mediobanca, Generali, Intesa – sono compatti nel cambiare lo status quo della holding-condominio che finora ha prodotto una situazione ingessata nella quale non hanno avuto da guadagnare nè Telecom nè i suoi azionisti. E che, almeno per quanto riguarda Mediobanca (ma lo stesso dovrebbe valere per Generali), non c’è disponibilità a mettere altri soldi sul piatto. Peccato che Telecom abbia l’urgenza di evitare il declassamento del proprio debito al livello di “spazzatura”, minaccia che, secondo gli analisti, rischia di concretizzarsi ancor prima che siano stati presentati i risultati del terzo trimestre. Per Crif, una nuova agenzia di rating indipendente, il merito di credito di Telecom già oggi è a livello sub-investment grade: BB il giudizio non sollecitato.
Una conferma in più che il problema è serio e va affrontato. Aumento di capitale? Aumento di capitale riservato? Le opzioni non possono prescindere dall’assetto dell’azionariato. Lo scenario più probabile è che Telco sia destinata a sciogliersi, facendo emergere Telefonica come primo singolo azionista di Telecom, con una quota del 10,3%. Il problema delle attività sudamericane in sovrapposizione rischierebbe di porsi comunque per gli spagnoli (si vedano altri articoli in pagina), se la loro quota li ponesse nella condizione di poter determinare la maggioranza del consiglio Telecom. La governance attuale assegna infatti i quattro quinti dei posti nel board alla lista di maggioranza e con l’assemblea di bilancio della prossima primavera scadrà l’intero cda. Tuttavia l’evoluzione dell’azionariato potrebbe andare nella direzione di far uscire dal riassetto una nuova maggioranza, pur nella versione più contendibile di una sostanziale public company. Se la quota del 12% che fa capo ai soci italiani (finanziari) di Telco fosse ceduta a un partner sinergico con i progetti industriali di Telecom, non sarebbe probabilmente difficile ottenere l’appoggio del maggior azionista esterno alla holding, la Findim di Marco Fossati che detiene il 5%, da sempre scettico sulla validità della formula Telco e più che mai interessato alla valorizzazione dell’investimento sul quale, come tutti, ha riportato finora pesanti minusvalenze.

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