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Telecom precipita ai minimi storici Elliott insiste “Cedere la rete”

Il titolo a 0,47 euro dopo che l’Agcom ha bocciato la proposta di Genish sull’infrastruttura. Il fondo Usa accetterebbe la perdita di controllo, Vivendi no.
Telecom Italia sui minimi da sempre, sprofonda di un altro 2,7% e chiude a quota 0,47 euro in attesa di conoscere il nuovo piano industriale che sarà approvato tra un mese. Alla fine della seduta Telecom valeva 9,7 miliardi, con il debito del gruppo ( 25,2 miliardi) che oramai è pari a 2,6 volte rispetto al totale delle azioni in circolazione.
Chi vede il bicchiere mezzo pieno fa notare che l’Agcom, oltre ad aver bocciato il piano di separazione legale della rete promosso da Amos Genish, in realtà avrebbe anche indicato a Luigi Gubitosi la strada da seguire. Nella copiosa analisi l’Autorità ha infatti chiarito perché lo scorporo così come prospettato non può garantire al gruppo un beneficio regolatorio. Lasciando però intendere che una perdita del controllo dell’infrastruttura o della società che eroga il servizio farebbe venir meno l’attuale configurazione di operatore integrato e permetterebbe a Telecom di beneficiare degli stessi vantaggi in bolletta di cui gode Open Fiber.
Chi invece vede il bicchiere mezzo vuoto — e stando all’andamento del titolo è la metà che prevale — punta sul fatto che i tempi stretti, la mancanza di un’indicazione politica chiara, e i litigi tra Vivendi e Elliott — i due maggiori azionisti del gruppo — rendono impossibile ogni ipotesi di scorporo. Anche ieri Elliott ( socio all’ 8,8%) ha ribadito di essere a favore di una separazione dell’infrastruttura, anche a costo che Telecom perda la maggioranza della rete, chiedendo al cda di procedere in questa direzione «senza ulteriori ritardi » . La dichiarazione che a molti è suonata come un ultimatum al consiglio e in particolare all’ad Gubitosi, si scontra però con il fatto che per portare avanti un simile progetto — oltre a un’intesa con le Autorità, la Cdp e la politica — ci vorrebbe anche e soprattutto una comune visione con Vivendi, che forte del suo 23,9% del capitale può bocciare qualunque operazione straordinaria in assemblea.
Peraltro i francesi che si sono sempre strenuamente opposti allo perdita del controllo dell’asset più importante del gruppo, in passato sono arrivati a bocciare anche altre operazioni che erano nell’interesse della società, come la conversione delle risparmio in ordinarie, pur di ribadire la centralità del loro ruolo. E così, anche se Gubitosi riuscisse a fare il miracolo di mettere assieme in un mese il piano che nessuno prima di lui ha osato portare avanti in vent’anni, Vivendi potrebbe comunque vanificare tutto il lavoro. Insomma, qualunque soluzione che passa da un futuro riassetto di Telecom, può essere presa solo con il placet dei francesi. Ma al di là di ridare a Vivendi il ruolo che pensa gli spetti di diritto insieme al suo 23,9%, le ipotesi per trovare un compromesso tra le istanze di Elliott ( deprecate dai sindacati),quelle degli altri operatori e quelle di Vivendi ci sarebbero. La quadratura del cerchio — secondo fonti finanziarie — sarebbe quella di lasciare che un cda a maggioranza espresso da Vivendi, con un amministratore condiviso da tutti i soci ( e in particolare dalla Cdp), si facesse carico di separare — magari con uno scorporo puro — una società di servizi sia fissi che mobili, che come Vodafone e Wind iniziasse a competere a 360 gradi appoggiandosi alla rete dell’ex monopolista.
Ma il piano che in teoria metterebbe tutti d’accordo, al momento resta in un cassetto come un’ipotesi d’emergenza nel caso in cui il piano di Gubitosi dovesse fallire. In proposito gli analisti scommettono che il 21 febbraio l’ad si presenterà agli investitori con un progetto che faccia leva sulla rete, sul taglio dei costi e sulla riduzione del debito anche grazie alle dismissioni, tra cui le torri di Inwit e Tim Brasil.
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