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Telecom più che sul Brasile il mercato punta sull’Italia

Telecom Italia, per gli analisti di Borsa, assomiglia al classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Chi guarda alle opportunità che la società di tlc ha davanti a sé, vede che in breve tempo potrebbero accadere due o tre cose che dovrebbero contribuire a portare a soluzione i problemi strategici che il gruppo si porta avanti da troppi anni. Chi invece guarda alle incertezze che Telecom ha ancora davanti a sé e alle difficoltà di raggiungere gli obbiettivi sperati, è meno ottimista. È un fatto, però, che ancora oggi la maggioranza delle banche d’affari registrate dal consensusdi Bloomberg (46,7%) mostri un giudizio “hold” sul titolo: evidentemente una speranza che i vari tasselli del mosaico possano nel breve periodo incastrarsi al loro posto. È anche forte (36,7%) la componente che ritiene che la sfida dei prossimi mesi possa essere vinta dal gruppo di tlc. Mentre, al contrario, gli addetti al settore che si mostrano pessimisti, con una raccomandazione “sell”, sono solo il 16,6%. Tutto questo mentre la riunione del cda della scorsa settimana ha portato alla ribalta la difficile ricerca di una nuova governance con un presidente che sarà eletto fra gli indipendenti. Le ragioni degli ottimisti sono sostanzialmente due. Prima di tutto la possibile vendita di Tim Brasil. È vero che Telecom non ha dato questa opzione come certa (essendocene altre, ad esempio la fusione con la controllata locale di Vivendi che opera soprattutto nel fisso, com’è stato accreditato dallo stesso ad di Telecom, Marco Patuano). Ma nel mondo degli analisti finanziari si ritiene che la cessione sia nell’ordine delle cose. Certo, va spuntato un prezzo buono – “recenti rumors dicono che potrebbe essere di almeno 9-10 miliardi contro i 7 di cui ha parlato la stampa locale”, scrive il report di Intermonte del 7 febbraio scorso – ma l’idea di mantenere Tim Brasil non sarebbe l’opzione migliore. Inoltre, il Cade, l’antitrust brasiliano, ha dato 18 mesi a Telefonica per risolvere i suoi conflitti d’interesse (ha il controllo di Vivo, il primo operatore, e di Tim Brasil attraverso la partecipazione del 20 per cento di Telco in Telecom Italia). Certo, alla lunga il business brasiliano sarebbe il più redditizio, ma nell’immediato servono molti miliardi di investimenti e questo è proprio quello che Telecom non può permettersi visto che il suo indebitamento è ancora a livelli giganteschi, nonostante la riduzione operata negli ultimi anni: alla fine del 2013 – secondo Fabio Pavan, analista di Mediobanca Securities nel suo report del 15 gennaio scorso – dovrebbe essere (i dati saranno resi noti il 6 marzo) di 26.891 milioni contro un fatturato che dovrebbe essere sceso a 23.691 (meno 19,7 per cento rispetto a fine 2012). In queste condizioni, è l’opinione di più di una banca d’affari, la cessione di Tim Brasil e la rifocalizzazione sull’Italia dovrebbe essere l’opzione migliore. Certo l’Italia non dà, da anni, soddisfazioni a Telecom dal punto di vista del fatturato: il costante calo è stato compensato in questi anni dal contemporaneo sforzo di riduzione dei costi. Ma ci sono segnali che le cose possano cambiare. Goldman Sachs, ad esempio, nell’equity research del 27 febbraio scorso, pur avendo tolto Telecom dalla “lista degli acquisti” consigliati a causa delle maggiori sfide correlate alla vendita di Tim Brasil, continua a dare una raccomandazione “buy”. Soltanto il target price è sceso da 1,05 a 0,95 euro, che incorpora comunque un buon upside rispetto ai corsi attuali. Più in generale, le banche d’affari ritengono perlopiù che Telecom Italia possa essere una delle società che dovrebbero beneficiare del migliorato clima economico che si respira in Europa e in Italia. Del resto Telecom ne ha già beneficiato visto che “il titolo è cresciuto di circa il 18,1 per cento dal 16 ottobre scorso contro un progresso del 6,4 per cento nello stesso periodo del Ftse Worl Europe”, scrive la stessa Goldman Sachs. La palla di cristallo degli analisti, ammesso che sappiano davvero leggerla, dice quindi che Telecom dovrà riconcentrarsi sul mercato domestico. Ma qui stanno arrivando, e potrebbero ulteriormente giungere, notizie favorevoli. «Intanto – dice un analista – da alcuni mesi la pressione competitiva sui prezzi sembra essersi allentata dopo gli eccessi del 2013». Ma la grande speranza, per Telecom, è che la ventilata fusione Wind-Tre si faccia. Perché il passaggio da quattro a tre operatori significherebbe immediatamente una minor concorrenza e quindi minori pressioni sui margini. Nel fisso (e nelle reti mobili di nuova generazione Lte) servono ingenti investimenti, possibili soltanto con margini superiori e quindi con una concorrenza meno spietata, e di questo il regolatore sembra essersi reso conto. Sulla fibra, poi, si parla da tempo di un investimento pubblico da parte della Cassa depositi e prestiti. Sul fronte dei pessimisti, ovvero di quelli che vedono il bicchiere mezzo vuoto, c’è Giovani Montalti di Ubs che nell’ultimo report del 17 gennaio ha dato una raccomandazione “sell” per questi motivi: «Leva eccessiva, rischio di downside delle stime degli analisti, rischi di interessi divergenti tra la minoranza degli azionisti e Telco, le aspettative di vendita di Tim Brasil sono state sovrastimate dal mercato e hanno fatto crescere il titolo». Sul fronte del rating, giovedì scorso Fitch ha avvisato Telecom che potrebbe abbassarlo a livello junk come hanno già fatto Standard & Poors e Moody’s. Anche per questo occorrerebbe affrettarsi a vendere Tim Brasil.

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