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Telecom Italia, i manager rinunciano a 8 milioni per i colleghi in solidarietà

Calcolatrice alla mano (e la busta paga nell’altra) si tratterebbe di circa 200 euro all’anno per ognuno dei 34mila lavoratori in «solidarietà» di Telecom Italia. Non tantissimo, ma pur sempre una boccata d’ossigeno per chi ha dovuto accettare di buona lena la riduzione del proprio orario di lavoro (pena il rischio di esuberi e licenziamenti) e di certo non naviga nell’oro. All’altro lato del fronte (prendendo in prestito il vetero-vocabolario da lotta di classe) ci sono gli 800 dirigenti del maggiore gruppo di telecomunicazione del Paese che hanno deciso di dare un segnale in tempi di spending review imperante (e tetto reddituale ai manager di società pubbliche non quotate) rinunciando a cinque (dei 35) giorni di ferie messi nero su bianco sul contratto ai quali aggiungono altri sei lavorativi (dipende dalle qualifiche) di riduzione oraria (per il periodo dal 23 aprile 2014 al 30 aprile 2015) e la disponibilità di non vedersi riconosciuto in busta paga la prima diaria di trasferta che invece sarebbe prevista solo in caso di pernottamento.
A conti fatti gli executive di Telecom Italia permettono all’azienda guidata da Marco Patuano di risparmiare quattro milioni di euro ai quali la società aggiunge un analogo importo frutto di recuperi di produttività per finanziare questo piano redistributivo nei confronti di dipendenti in regime di solidarietà come stipulato negli ultimi accordi tra azienda e rappresentanze sindacali.
In filigrana s’intravede soprattutto la volontà dell’azienda di «sterilizzare» l’effetto scaturito dall’ultima legge di Stabilità che ha ridotto l’integrazione salariale del 10% (dall’80 al 70%) per i lavoratori in solidarietà e a ben vedere si tratta di una sorta di restituzione una tantum in busta paga esentasse e de-contribuita (o, in alternativa, come importo destinato alla copertura previdenziale per i lavoratori agli iscritti a fondi pensioni chiusi) per tornare agli assegni mensili pre-legge di Stabilità.
Unanime la soddisfazione delle sigle sindacali del comparto telecomunicazioni con le quali non sono mancate in questi anni confronti durissimi per il progressivo piano di riduzione di perimetro (di personale) avviato dall’ex monopolista. In una nota congiunta i confederali hanno sottolineato «la necessità di implementare i processi di internalizzazione per garantire la migliore qualità ai clienti, unica vera arma in grado di far vincere la sfida competitiva, e individuare soluzioni che consentano nuovi ingressi in azienda, necessari a garantire il ricambio generazionale per mantenere competitiva l’azienda sul mercato». Aggiunge Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil, che «dopo i ripetuti sacrifici chiesti ai lavoratori si tratta del primo segnale di inversione di rotta, propedeutico, speriamo, al rilancio dell’azienda post-privatizzazione». Per una lettura più sofisticata si potrebbe affermare che il caso Telecom Italia è un altro ottimo esempio di concertazione riuscita (l’accordo è stato raggiunto tra tutte le rappresentanti sindacali e fa seguito a quello 27 marzo 2013 che aveva dato l’inizio al regime di solidarietà, beninteso non applicabile per legge ai dirigenti). Di più: è anche una piccola rivincita della contrattazione aziendale. Sorpresa?

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