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Telecom Italia dopo Telco percorso ad ostacoli verso la public company

La nuova fase della vita di Telecom  Italia ruota intorno a una cifra: 50,28%. È la percentuale di voti che la lista di Assogestioni ha ottenuto all’ultima assemblea dove si doveva rinnovare l’intero cda. Era una lista di minoranza, con soli tre nomi, ma ha battuto la lista di maggioranza presentata  dall’azionista di riferimento Telco titolare di un 22,4% della società. Come è stato possibile questo  ribaltamento di ruoli? Si è realizzato grazie a una mossa  a sorpresa dell’azionista Marco Fossati, possessore attraverso  la finanziaria di famiglia Findim  di un 5% di Telecom. Fossati,  all’ultimo momento, invece che votare la lista da lui stesso presentata, ha dirottato i suoi voti e quelli dell’Asati (Associazione  piccoli azionisti) verso la lista Assogestioni ritenendo più importante per il futuro della società esplicitare il segnale che il mercato e non un azionista di riferimento, sebbene consistente,  come Telco, è il vero proprietario  dell’azienda. Agendo in questo modo Fossati si è mangiato un pezzo di credibilità  poiché per un paio di mesi ha presentato agli investitori di mezzo mondo la sua idea di piano  industriale di Telecom chiedendo  il voto per i consiglieri da lui designati, tra cui un manager esperto del settore tlc come Vito Gamberale. Riuscendo tra l’altro a convincere alcuni fondi, pari all’1,9% del capitale, a votare  effettivamente per la sua lista. Ma alla fine ha deciso di sacrificare  Gamberale e incrinare la fiducia di alcuni fondi in nome dell’obbiettivo più alto, cioè avvicinare  il più possibile la Telecom  a una vera e propria public company, vale a dire una società  in cui non si può prescindere dal giudizio dei piccoli azionisti e degli investitori istituzionali. Se Fossati sia riuscito nel suo intento è ancora presto per dirlo. Di certo un effetto public company sul mercato c’è stato, almeno fino a ora. Dal 16 aprile, giorno dell’assemblea che ha nominato il nuovo cda formato per la maggioranza da consiglieri  indipendenti sotto la presidenza  di Giuseppe Recchi e la guida operativa di Marco Patuano, alla chiusura del 23 aprile il titolo Telecom ha guadagnato oltre il 6,4%. Poi un ritracciamento  ha riportato il prezzo sotto 0,9 euro ma allo stesso tempo Deutsche Bank ha alzato il suo target price a 1 euro, non lontano  da quell’1,1 euro offerto da Telefonica nel settembre scorso ai soci italiani di Telco. E il rialzo è molto più consistente se si considera lo spazio guadagnato dai minimi dell’agosto 2013 (0,4655 euro il 7 agosto). Dunque  l’azione di sollecitazione avviata da Fossati nell’autunno dell’anno scorso ha avuto sino a questo momento effetti positivi sul valore dell’azienda e di questo  la Findim non può che essere  soddisfatta avendo i titoli Telecom  in carico nel bilancio a 1,4 euro. Tuttavia ora resta da dimostrare  che la società telefonica, privatizzata nel 1998 con una vendita quasi totale di titoli sul mercato e poi passata attraverso  diverse fasi di “capitalismo privato” con risultati assai discutibili, possa da ora in poi assumere  le sembianze di una public  company all’italiana. Sarebbe  la prima per dimensioni in quanto la seconda, Prysmian, nata dalla vendita di una costola della Pirelli, è assai più piccola per capitalizzazione anche se è più pura, dal momento che il primo azionista non supera il 7%. Il prossimo passo in questa direzione è fissato al prossimo giugno, quando si apre la prima finestra per la scissione di Telco. Gli azionisti italiani, in primis Generali, ma anche Mediobanca  e Intesa, hanno già dichiarato  di voler usufruire di tale opportunità.  Dunque da luglio, ma con effetto in autunno poiché  la scissione ha dei tempi tecnici  per realizzarsi, l’azionariato di Telecom non vedrà più un socio  di riferimento al 22,4% ma la sola Telefonica con in mano una quota pari al 14,7%. Il secondo azionista sarà sempre Findim con il 5% mentre Generali scenderà  al 4,32% con Intesa e Mediobanca  all’1,6% e con l’intento  di liquidare le azioni sul mercato  quando i prezzi lo rendessero  conveniente per loro. Tuttavia il vero banco di prova  per Telecom arriverà quando deciderà cosa fare del suo futuro. È da circa sette anni che la società  non ha una strategia precisa  di crescita e subisce gli accadimenti  del mercato delle tlc in maniera passiva. L’ingresso nel capitale di Telefonica nel 2007 ha infatti rappresentato più una zavorra che un beneficio per la società italiana. La strategia degli  spagnoli guidati dallo scaltro Cesar Alierta era invece molto chiara: impedire ai concorrenti di Telefonica, leggi l’America Movil di Carlos Slim o l’At&T o la Vodafone, di rafforzarsi attraverso Telecom nel ricco mercato  brasiliano e sudamericano attraverso la controlla Tim Brasil.  L’obbiettivo di Alierta è stato quello di creare un presidio in Telecom e bloccare qualsiasi mossa degli avversari più temibili.  Peccato che agendo in questo  modo ha danneggiato non poco l’azienda italiana che si è trovata impossibilitata sia nel cercare ulteriore sviluppo in Brasile e in Sudamerica sia nell’intraprendere  altre strade in Europa che non prevedessero dei benefici per Telefonica. Il tutto con un indebitamento ancora  molto elevato e con un margine lordo in contrazione a causa della accesissima concorrenza  che quattro operatori mobili  si sono fatti sul ricco mercato  italiano. Il difficile lavoro di Recchi e Patuano e del consiglio appena nominato sarà dunque quello di rilanciare un’azienda che si considera da diversi anni in declino  e contemporaneamente cercare una strategia di crescita svincolandosi dall’influenza di un partner scomodo come Telefonica.  Sul primo punto la cura  di Patuano da sei mesi a questa  parte è stata sferzante anche se non ha ancora prodotto risultati  soddisfacenti sul fronte dell’inversione  di tendenza dei numeri  sulla telefonia mobile. L’impressione degli analisti è che la svolta possa arrivare soltanto  se si concretizzerà la fusione  tra 3 Italia e Wind in modo da eliminare dalla scena un operatore con conseguente miglioramento dei margini dei concorrenti. Sul secondo punto si attendono  le mosse di Telefonica che difficilmente starà ferma a guardare  sotto i colpi dell’antitrust brasiliano che le ha imposto di non stare con il piede in due scarpe (può controllare o Vivo o Tim Brasil). Potrebbe sollecitare, come sostengono alcuni analisti, un’offerta da parte di operatori terzi o finanziari per Tim Brasil in modo che il cda possa prendere una decisione sulla sua congruità in termini di prezzo. Con la consapevolezza che la decisione finale potrebbe essere rimandata all’assemblea dove il mercato, come si è visto pochi giorni fa, ha la maggioranza.  Oppure, al contrario, Patuano  potrebbe portare all’attenzione  del cda un’operazione di fusione tra Tim Brasil e Gvt, l’operatore di telefonia brasiliano  controllato dalla francese Vivendi,  che porterebbe alla creazione del primo attore su quel ricco mercato con Telecom in maggioranza. Queste due alternative e possibili passaggi sono quelli dove il nuovo board della Telecom e il management si giocano la loro credibilità e il futuro da public company della Telecom.

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