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Telecom, il prezzo della rete primo nodo dello scorporo

Telecom Italia affronta il tema dello scorporo della rete. E lo fa in un consiglio d’amministrazione «interlocutorio», segno che l’eventuale processo di spin-off del network in rame, sul quale azionisti e top management sembrano essersi convertiti, non è ancora così vicino.
La riunione è durata circa quattro ore e oltre al tema dello scorporo si è affrontato il dossier della cessione di Ti Media, dopo che lunedì erano scaduti i termini per la presentazione delle offerte non vincolanti per la società alla quale fa capo La7, con i chip del fondo Clessidra, di 3 Italia e Discovery Channel. Bocche cucite, poi, da parte dei consiglieri, con un Tarak Ben Ammar che si è lasciato andare solo a un «oggi sono muto».
Ma è lo scorporo della rete l’operazione più complessa alla quale stanno lavorando il presidente esecutivo della società, Franco Bernabè, e l’amministratore delegato Marco Patuano. Un piano oggetto di dialogo tra lo stesso Bernabè e Franco Bassanini, numero uno della Cassa depositi e prestiti, la controparte pubblica con la quale si ipotizza una newco. Eppure per Telecom sono almeno due i nodi da sciogliere. Il primo è il prezzo del suo asset più importante, che la società vorrebbe fosse valutato 15 miliardi di euro, per scendere forse a tredici. Il secondo riguarda la “geografia” dell’operazione, come quindi mettere in atto la cessione senza allarmare, come avvenuto per il mini-scorporo trentino, la Commissione Ue, Antitrust e Agcom.
Sul valore del network circa un anno fa Metroweb, controllata dal fondo F2i di Vito Gamberale e quindi dal Fondo strategico italiano, a sua volta detenuto dalla Cdp, sarebbe stata disposta al grande shopping ma sborsando “solo” 9 miliardi. La prima ipotesi di schema, smentita sia da Telecom e sia dalla Cassa depositi e prestiti, avrebbe coinvolto proprio Metroweb. La società ex municipalizza, ceduta da Aem nel 2006 al fondo Stirling Square, sarebbe dovuta conferire dentro la newco (con i suoi 375mila chilometri di fibra) mentre il Fondo strategico avrebbe realizzato un aumento di capitale da 3 miliardi. Risultato: Telecom avrebbe potuto mantenere la maggioranza del veicolo attraverso il quale la rete è stata scorporata, ma con un partner pubblico come la Cdp.
Sullo sfondo la disputa sull’architettura per le nuove reti. Telecom ha optato da tempo per il modello Fttc (Fibert to the cabinet), con la fibra che arriva agli armadi telefonici che distano circa 400 metri dagli appartamenti. Una scelta adottata anche dall’ex rivale Fastweb, un tempo paladina della fibra portata sull’uscio, che ora ha invece sposato la “causa” dell’ex monopolista, a partire da Milano. Sull’altro fronte il modello Ftth (Fiber to the home), con il cavo ottico che arriva nelle case, più costoso ma molto più efficiente, soprattutto in upload, per esempio per spedire i file nel cloud. La scelta, comunque, è stata fatta e seguirà le linee di uno sviluppo graduale dei network di nuova generazione, mentre ieri il titolo di Telecom, sulle voci sia dello scorporo della rete e sia della cessione di Ti Media, ha guadagnato a Piazza Affari l’1,48 per cento. Infine, sempre ieri, è partita la raccolta di deleghe dei piccoli soci di Telecom in vista dell’assemblea del 18 ottobre, che dovrà votare l’approvazione della transazione con gli ex manager Riccardo Ruggiero e Carlo Buora, per rispettivi 1,5 e 1 milione di euro.

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