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Telecom, il negoziato cinese e quelle spine di Bernabè

Piazza Affari resta cauta sull’offerta cinese per Telecom Italia. Dopo quattro sedute consecutive al rialzo, ieri sono scattate le vendite e i titoli del gruppo telefonico hanno perso il 3,2%, con scambi inferiori alla media. Gli operatori sembrano aver sospeso il giudizio in attesa che si chiariscano i contorni dell’offerta di Hutchison Whampoa per assumere il controllo di Telecom.
L’attesa non sarà lunga. Franco Bernabè e il comitato ristretto formato da Gabriele Galateri di Genola, Luigi Zingales, Elio Catania e Julio Linares, a cui il consiglio ha dato il mandato di valutare l’opportunità dell’operazione con Li Ka Shing, dovrebbero sciogliere le riserve entro fine aprile e riferire al board. In agenda c’è un consiglio già convocato l’8 maggio, ma con un ordine del giorno piuttosto ricco e quindi è probabile che servirà un’apposita riunione per decidere cosa fare. Sempre che l’esito delle verifiche porti all’avvio di una trattativa. I soci di Telco vogliono vederci chiaro, e anche velocemente. Ma soprattutto vogliono un percorso senza sorprese, e quindi evitare forzature che possano aprire spaccature nel board, come è accaduto sulla scelta del compratore di La7. Per questo sarebbe stato deciso di affiancare a Bernabè quattro consiglieri.
Il lavoro di verifica sarebbe già in pieno svolgimento. E su più fronti. L’offerta cinese si intreccia infatti con il dossier rete, di cui è stato finalmente deciso di studiare il processo di scorporo. Ma si intreccia anche con la verifica sul management, che i soci negli ultimi tempi stanno mettendo alle strette chiedendo una svolta strategica definitiva per Telecom. Le pressioni sarebbero proseguite anche dopo l’arrivo dell’offerta cinese che sulle prime si era prestata a una doppia lettura: da un lato l’opportunità per Telecom di trovare un ricco partner con cui avviare il rilancio, dall’altro un tentativo del management di smarcarsi dal pressing di Telco portando dentro nuovi soci. Alcune indiscrezioni hanno riferito di confronti molto serrati e, in particolare, di una cena piuttosto tesa nei giorni scorsi.
Dalle verifiche in corso starebbe intanto emergendo un quadro del «promesso sposo». Un po’ diverso. La mappatura della clientela sarebbe arrivata a individuare 7,5 milioni di utenti contro il 9,5 milioni dichiarati da 3 Italia a fine 2012, e il margine operativo lordo sembrerebbe essere di circa 100 milioni contro i 260 annunciati. Si tratta di indiscrezioni. Non essendo quotata 3 non ha l’obbligo di rendere pubblici i risultati di bilancio.
I soci Telco non avrebbero comunque preclusioni su Hutchison Whampoa, mentre sull’offerta attendono le verifiche. «L’ipotesi dei cinesi per Telecom deve essere esaminata con attenzione e interesse», ha detto due giorni fa il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Enrico Cucchiani, «per questo credo che tutti devono avere il dovere di esaminare la proposta con attenzione». Li Ka Shing ha proposto una fusione carta contro carta tra 3 Italia e Tim, condizionata alla possibilità di salire fino al 29,9% nel capitale del gruppo telefonico, scalzando così Telco, che potrebbe quindi anche diventare venditore. Il gruppo cinese sarebbe disponibile a pagare le azioni 1,2 euro, il doppio della Borsa.
Domani l’opzione cinese arriverà intanto all’assemblea di Telecom. L’Asati, l’associazione dei piccoli soci del gruppo, ha fatto sapere ieri di essere pronta a votare a favore della fusione con 3 ma a condizione che Li Ka Shing lanci un’Opa volontaria sul 30% della società a 1,1-1,2 euro, che si costituisca la società della rete e che lo statuto del gruppo telefonico venga modificato per dare una maggiore rappresentanza in consiglio alle minoranze. Tre condizioni che l’associazione presenterà domani agli altri soci.

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