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Telecom. Il grande risiko parla solo straniero

I riflettori sono tutti puntati sul palco dell’assemblea di Telecom Italia. Data: venerdì 20 dicembre. Ordine del giorno: decadenza del consiglio di amministrazione, così come richiesto dall’azionista Marco Fossati, tema diventato ancora più caldo dopo le dimissioni di Cesar Alierta e Julio Linares (Telefonica). Oppure avanti tutta. Ma dietro le quinte gli altri operatori non stanno (solo) a guardare.
Situazioni
Il risiko del settore è ormai una certezza e non un pio desiderio di consulenti e analisti. Ci sono troppi operatori in Italia (e in Europa), perlomeno in relazione allo stato di crisi che assume sempre di più i connotati di un fenomeno strutturale. I ricavi e i margini di queste società sono finiti tra l’incudine degli Over the top e il martello degli smartphone. Chi controlla i due estremi controlla il consumatore, chi sta in mezzo ha scoperto di essere stritolato.
Così, in attesa di capire cosa succederà in Telecom, gli altri operatori alternativi stanno ragionando a 360 gradi.
Vodafone ha ufficialmente 3,6 miliardi da spendere per la crescita e gli investimenti sulla rete per il biennio 2014-15. E lo stesso amministratore delegato di Vodafone Group, Vittorio Colao, subito dopo avere chiuso l’accordo con Verizon aveva fatto capire che non sono escluse acquisizioni. Le banche d’affari si sono spinte fino a fare studi e proiezioni di un possibile ingresso in Telecom Italia. Ma il dossier sul tavolo di Vodafone (ormai anche un po’ impolverato) è sempre lo stesso: Fastweb. Swisscom ha fatto sapere recentemente, subito dopo l’arrivo dei nuovi vertici, che la controllata italiana non è più in vendita. Sarà. Ma la sensazione diffusa è che un prezzo più alto di quello offerto scioglierebbe tutte le altre resistenze. Dall’altra parte del circuito c’è Wind dove l’amministratore delegato, Maximo Ibarra, ha già confessato da tempo la crisi della propria rete fissa Infostrada. Tanto da dichiarasi disposto anche alla chiusura se non alla vendita. Dunque dovendo interpretare gli obiettivi dalla partita in corso, Vodafone è di fatto l’unico competitor disposto a puntare, oltre che sulla struttura mobile, anche su una rete fissa in Italia.
Mentre Wind dovrebbe stringere il proprio core business solo intorno alla telefonia mobile. Questa considerazione rende plausibile quando «spifferato», in maniera un po’ irrituale, dall’amministratore delegato di Telecom Italia, Marco Patuano, tre settimane addietro: «dell’ipotesi di una fusione tra Wind e H3g,» aveva detto il manager il 21 novembre scorso, giorno di un’audizione presso le camere, «se ne parla, forse i mercati finanziari sono più chiacchieroni di altri, per cui se ne parla». «Noi stessi — aveva aggiunto — in passato abbiamo esplorato la possibilità di integrazione tra Tim e H3g e non riuscimmo a trovare un accordo». Da Wind non è mai giunta né una conferma né una smentita. La sensazione diffusa è che questi dialoghi, se sono già in corso, avvengano ai piani alti dei due gruppi in questo momento, tra il patron di Hutchinson Whampoa, Li Ka-Shing (attivissimo nonostante gli 85 anni) e gli azionisti di Wind di Vimpelcom. D’altra parte anche i grandi gruppi non sono certo esenti dal fare i compiti sul riassetto internazionale delle telecom.
Piani
Il 19, intanto, un giorno prima dell’assemblea, si dovrebbe riunire il consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Il presidente Angelo Cardani si è già espresso pubblicamente sulla linea che vuole perseguire dopo la lettera di raccomandazione della Commissione europea sui prezzi dell’unbundling , l’affitto che gli altri operatori devono pagare a Telecom per usare l’ultimo miglio ed entrare nelle case. Cardani ha sottolineato che la decisione dovrà essere collegiale ma anche che lui è intenzionato a non accettare i diktat arrivati dal commissario europeo Nellie Kroes: il prezzo dell’unbundling dovrà scendere a vantaggio degli altri operatori alternativi. In realtà il consiglio, almeno per ora, non risulterebbe allineato completamente su questa linea: due consiglieri sarebbero a favore, due contro. In teoria il voto del presidente dovrebbe tagliare la testa al toro ma Cardani sta cercando di ottenere l’unanimità. Peraltro in gioco c’è anche la partita parallela dell’apertura degli armadi di Telecom. Per quelli già esistenti dovrebbe partire una finestra temporale per permettere a tutti gli operatori che vogliono collegarsi di fare richiesta. Per i nuovi cabinet Telecom Italia dovrebbe invece aprire delle procedure fin dall’inizio. Per ora l’Agcom non ha fatto cenno alla questione. Probabilmente l’authority vuole prima archiviare il dossier dell’unbundling — che peraltro non si chiuderà del tutto il 19 visto che la Kroes ha anche parlato di possibili conseguenze legali, sebbene improbabili — per poi affrontare gli altri.
Insomma, il Natale degli operatori telefonici procederà forse più o meno tranquillamente guardando a Telecom. Ma per il 2014 c’è da aspettarsi un bel movimento di mercato con vincitori e vinti.

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