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Telecom, i paletti della «golden share»

Non era tra le priorità dell’agenda, ma il pressing di Bruxelles e il rischio di pesanti sanzioni hanno indotto il governo tecnico, a marzo dell’anno scorso, a mettere mano alla «golden share», i poteri del Tesoro per bloccare scalate ostili alle aziende strategiche da parte di imprese non europee. E’ passato un anno ma la nuova formulazione è rimasta lettera morta. E’ stato approvato il regolamento, non i decreti attuativi. Dunque se tra Telecom Italia e Hutchison Whampoa dovesse scoccare la scintilla, il governo sulla carta non potrebbe fare poco per impedire il matrimonio.
La nuova legge, approvata a maggio, consente l’esercizio della golden share solo in caso di minaccia effettiva di grave pregiudizio per gli interessi essenziali della difesa e della sicurezza sociale. In Telecom questi interessi passano per l’infrastruttura di rete. E forse non è un caso se la sola manifestazione di interesse di Li Ka Shing abbia prodotto l’effetto di avviare formalmente l’iter per lo scorporo dell’infrastruttura. Una soluzione che mette al riparo da imprevisti, in attesa dei nuovi poteri speciali del governo.
Qualche passo avanti è stato fatto. Un mese fa il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di decreto sul regolamento della golden share, individuando «gli attivi strategici nei settori dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni» su cui valgono i poteri speciali del governo. Sul testo sono ancora in corso limature, ma è stato intanto chiarito che per il settore comunicazioni le attività strategiche riguardano la «realizzazione e gestione delle reti e degli impianti utilizzati per la fornitura dell’accesso agli utenti finali». In pratica le dorsali, ossia le grandi infrastrutture di rete che attraversano il Paese e le città. Quindi non solo su Telecom, ma anche sull’infrastruttura di Metroweb, Wind, Fastweb, valgono i poteri speciali. Che possono essere esercitati pure sulle reti il cui uso «non sia esclusivo», e quindi quelle di Ferrovie o Poste, da cui transitano anche comunicazioni. E ancora: «reti private virtuali, in uso alle Amministrazioni dello Stato competenti in materia di salvaguardia della pubblica sicurezza, del soccorso pubblico e della difesa nazionale» e i «collegamenti dedicati ad uso esclusivo alla realizzazione della Rete Interpolizia per Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza e per il Ministero della Difesa».
Con lo scorporo, i poteri speciali passerebbero sulla società della rete, liberando quindi Telecom da ogni vincolo. Il regolamento, tuttavia, non è ancora definitivo ma, soprattutto, manca un passaggio chiave: il parere delle commissioni parlamentari. In realtà mancano proprio le commissioni. Non sono state ancora istituite. C’è in realtà la Commissione speciale, per i pareri sui decreti più urgenti. Ma è già ingolfata. Dunque sarà il nuovo governo a dover completare il dossier. E non per timore del «Dragone» Li Ka Shing. L’8 maggio il consiglio Telecom dovrà decidere se avviare una trattativa, e al momento la strada dell’accordo sembra in salita.

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