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Telecom, grandi soci divisi su strategie e vertice Bernabè alla prova sul nuovo piano industriale

Il ritorno in Telecom di Franco Bernabè, nell’ottobre 2007, è stata la grande rivincita seguita alla scalata di Roberto Colaninno e alla gestione firmata da Marco Tronchetti Provera. Quasi sei anni dopo un autunno caldo attende Telecom e i suoi azionisti. Al banco di prova ci sono lo stesso Bernabè e la struttura di governo della società, controllata tramite la cassaforte Telco da quattro soci di riferimento: gli spagnoli di Telefonica (a cui fa capo poco più del 46%), Generali (con il 30% circa), Intesa Sanpaolo e Mediobanca (entrambe intorno all’11,6%). Punto di partenza delle verifiche, in settembre, la possibilità per gli azionisti Telco di procedere alla disdetta degli accordi esercitando il diritto di recesso (dal primo al 28 settembre) e il consiglio di amministrazione sulle strategie aziendali convocato per venerdì 19 settembre.
Contro Bernabè gioca il verdetto del mercato, che risulta evidente confrontando l’andamento in Borsa del titolo Telecom Italia all’indice delle telecomunicazioni in Europa. Dall’inizio dell’ottobre 2007 a venerdì scorso Telecom Italia ha perso oltre il 76%, mentre l’indice europeo è sceso del 29% (la differenza risulta intorno al 47%). Ancora peggio è andata considerando nel calcolo i dividendi capitalizzati, distribuiti dalle società agli azionisti: -67,92% è la performance di Telecom Italia, contro un saldo positivo di oltre il 6% per le telecomunicazioni europee (la performance della società italiana è inferiore di oltre il 74%). Telecom Italia è maglia nera dietro a Orange, l’ex France Telecom (-43%), Telefonica (-18% circa), Deutsche Telekom (+12,2%), British Telecom (positiva di oltre il 50%). Anche per questo Alberto Nagel, l’amministratore delegato di Mediobanca, chiede il cambio della guardia al vertice di Telecom Italia, ma senza successo. Ora il passaggio decisivo sarà il consiglio di amministrazione previsto venerdì 19 settembre.
All’appuntamento Bernabè arriva sottolineando che le performance azionarie negative nascondono una variabile indipendente e alcuni peccati originali. La variabile indipendente è rappresentata dalla distribuzione di generosi dividendi durante la gestione Tronchetti Provera, avvenuta utilizzando i benefici fiscali seguiti all’incorporazione di Telecom nella scatola Olivetti e non replicabile. I peccati originali sono l’indebitamento fuori controllo della società, frutto della scalata di Colaninno, che ha rappresentato e rappresenta una vera palla al piede, e il ruolo chiave della spagnola Telefonica.
Sulla carta c’erano le condizioni per la nascita di un super gruppo europeo. In realtà anche Telefonica ha dovuto fare i conti con la grande crisi e ha visto il debito aumentare in misura esponenziale fino a superare la somma record di 52 miliardi, rendendo complessa una eventuale fusione. Il nuovo gruppo, infatti, nascerebbe con una vera montagna di debiti: quasi 80 miliardi, in quanto oggi l’indebitamento di Telecom vale 28 miliardi, pur essendo diminuito rispetto ai 37 miliardi ereditati da Bernabè.
L’autodifesa di Bernabè, prima amministratore delegato e in seguito presidente, è appassionata: impossibile fare meglio anche a causa del crollo dei margini per la forte concorrenza (soprattutto nella telefonia mobile), dei clamorosi cambiamenti tecnologici (che hanno visto la nascita di nuovi fornitori di servizi in concorrenza con i gestori delle infrastrutture di rete) e dei vincoli posti dal regolatore alla crescita di Telecom sul mercato italiano. Resta il fatto che gli azionisti di Telco sono nei guai. Erano partiti sostenendo un’operazione a favore del sistema Paese per traghettare la società verso Telefonica. Si ritrovano in un mare di debiti, con la situazione patrimoniale di Telco diventata insostenibile.
Da domenica primo settembre, e per l’intero mese, l’accordo che li vincola prevede la possibilità del diritto di recesso. Basta una lettera e possono ottenere la disponibilità fisica delle azioni, cioè la possibilità di venderle al miglior offerente, sia pure con prelazione finale di Telefonica. In teoria sono venditori sia Mediobanca, sia Generali e Intesa Sanpaolo, ma con differenze importanti. Nagel ha annunciato che l’era dei patti di sindacato è tramontata e per Mediobanca l’operazione può essere chiusa in tempi rapidi senza traumi aggiuntivi in quanto la partecipazione è già stata svalutata in bilancio. Analogo risulta lo stato d’animo delle Generali, che però hanno frenato perché per loro l’impatto sui conti è ancora da scontare, e di Intesa Sanpaolo.
Tutti, compresa Telefonica, leggeranno con interesse il piano a cui Bernabè sta lavorando. E di conseguenza, almeno per quanto riguarda Intesa Sanpaolo, ogni scelta è rimandata. Il tempo però scorre veloce. Soprattutto perché, dopo il declassamento del rating deciso da Fitch all’inizio di agosto portando le Telecom appena sopra il livello dei titoli spazzatura, incombono i giudizi degli altri big del rating: Standard & Poor’s e Moody’s. Le conseguenze potranno essere pesanti perché altri declassamenti aumenterebbero non poco il costo del debito, già molto elevato.
In realtà il momento richiede scelte strategiche. A partire dal ruolo di Telefonica, che deve scegliere se prendere o lasciare. Soltanto così saranno possibili alleanze internazionali coerenti. Ma una considerazione di fondo è obbligata. Telecom è una delle poche grandi aziende italiane rimaste su piazza e, qualunque siano le scelte dei singoli azionisti, non può essere dismessa definitivamente. Con una avvertenza finale: pregasi evitare soluzioni pasticciate, con relativo invito alla Consob che deve prestare particolare attenzione. La storia di Telecom, dalla privatizzazione in poi, è ricca di sorprese spiacevoli per il mercato e non è il caso di proseguire sulla stessa strada.

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