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Telecom: forti scambi, si guarda a Telefonica

Telecom tira il fiato in Borsa, ma non perde quota 0,60 riconquistata la settimana scorsa, quando è stata oggetto di scambi insistenti che ne hanno infiammato le quotazioni tanto da provocare sospensioni per eccesso di rialzo. Tutta speculazione, che va e che viene? Nelle sale operative c’è qualche dubbio a riguardo. Sospetti e supposizioni, corroborati però da qualche indubbia “anomalia”. Nemmeno tanto sul mercato azionario, dove pure, in particolare nelle sedute finali, si sono mossi grossi volumi. Giovedì sono stati scambiati infatti 590,5 milioni di azioni ordinarie Telecom, pari al 4,4% del capitale sociale con diritto di voto e oltre quattro volte la media dei volumi dell’ultimo mese. Venerdì, ancora, è passato di mano il 2,4% del capitale ordinario, tra scambi che sono stati più che doppi rispetto alla media.
Ma è soprattutto sul mercato delle opzioni che si sono viste operazioni “strane”. Strane per gli importi, rilevanti, quando oltretutto sul mercato ufficiale si vede passare solo un quarto o un quinto di quello che transita effettivamente sull’over the counter. Strane per le modalità di esecuzione, alle ultime battute della seduta, quando gli operatori sono sempre un po’ più distratti. E strane soprattutto per prezzi e scadenze. Le operazioni che hanno attirato la curiosità dei trader sono tutte opzioni call, “prenotazioni” d’acquisto di azioni Telecom, a prezzo d’esercizio di 0,80 per la scadenza di dicembre e a 0,85 per quella di marzo, valori ben più alti delle attuali quotazioni di Borsa. Difficilmente, osservano gli operatori del mercato a termine, si tratta di investitori istituzionali perchè, a questi prezzi, sarebbe una scommessa troppo costosa se la finalità fosse semplicemente quella di proteggere il portafoglio.
Salvo che possa trattarsi di un’incursione di un terzo interessato, l’ipotesi più gettonata in Piazza Affari è che dietro gli acquisti possa esserci chi è già in partita: Telefonica, dato che semmai gli altri soci dell’attuale compagine di riferimento sono venditori. Tra l’altro i patti Telco consentono ai soci di acquistare direttamente azioni Telecom entro certi limiti e cioè fino al pro-quota, proporzionale alla propria partecipazione nella holding, che, sommato a quello potenziale degli altri, non faccia superare la soglia d’Opa del 30%. Telefonica, che detiene il 46,18% di Telco, avrebbe quindi la facoltà di rilevare fino al 3,5% di Telecom, ma se superasse il 2% sarebbe tenuta a dichiararlo alla Consob. Diverso il caso in cui prendesse semplicemente posizione con le opzioni che poi potrebbe anche non esercitare. Ma perchè dovrebbe farlo? Non è un mistero – anzi la cosa è stata ormai confermata da tutte le parti intorno al tavolo – che ci sono trattative in corso tra il gruppo presieduto da Cesar Alierta e i partner italiani di Telco. La strada è tutt’altro che in discesa e l’offerta presentata da Telefonica non sarebbe ancora stata ritenuta soddisfacente dalle controparti. L’obiettivo prioritario degli spagnoli è evitare che le quote in uscita da Telco possano finire in mano a un antagonista, considerato che Telecom Italia ha posizioni consolidate proprio nei mercati core di Brasile e Argentina. Se Mediobanca, Generali e Intesa-SanPaolo dessero disdetta in blocco al patto Telco entro la scadenza del 28 settembre, si porterebbero via un pacchetto di circa il 12% sul quale Telefonica non ha la prelazione, liberi di cederlo al miglior offerente quando, nell’arco massimo di sei mesi (si arriverebbe appunto a marzo), con la scissione otterrebbero fisicamente la proprietà delle azioni Telecom. Fino al momento della scissione resterebbero comunque in vigore gli accordi Telco, con i conseguenti limiti all’acquisto delle azioni. Ma, nel caso in cui non si trovasse un’intesa con le controparti italiane, Telefonica avrebbe nel frattempo la possibilità di portarsi avanti, arrotondando il pacchetto Telecom, dal 10,3% che detiene oggi indirettamente, a prezzi inferiori a quelli di carico di Telco (1,2 euro per azione). Mantenendo così, comunque vadano le cose, lo status di primo azionista con una quota che, a oggi, può salire fino al 14%. Per ora, comunque, in uno scenario ancora fluido, tutte supposizioni non verificabili.

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