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Telecom, Eni, Breda, banche l’estate bollente della Finanza

Per tanti anni i mercati finanziari erano stati abituati ai colpi estivi di Enrico Cuccia. Dalle stanze ovattate di Mediobanca il grande vecchio della finanza attendeva la distrazione vacanziera dei grandi manager per assestare le sue sciabolate che incidevano nella carne viva del cagionevole capitalismo senza capitali all’italiana. Da qualche anno Cuccia non c’è più e la tradizione si è persa ma al suo posto si è messa in moto una macchina di operazioni varie ma non meno importanti che rispondono a logiche diverse. Da una parte c’è il progressivo dissolvimento degli intrecci societari, innescato proprio da Mediobanca e Generali, che obbliga le aziende interessate a ritrovare una bussola che le orienti nel mercato, senza cintura di protezione. P oi ci sono le aziende pubbliche che anche a causa dell’avvento del governo Renzi con la sua carica di rinnovamento dei vertici operativi ora devono impostare nuove strategie di ristrutturazione o di crescita. Un’altra categoria comprende quelle aziende che stanno cercando dopo anni di turbolenze di affermare anche in Italia un modello societario molto simile alle public company anglosassoni. Per realizzare questo obbiettivo devono comunque razionalizzare l’attività e il portafoglio. Insomma, anche senza Cuccia, la carne al fuoco estiva è tanta e non si può escludere che qualche partita possa risolversi sotto il solleone agostano. Vediamo di inquadrare quali sono le più importanti.

TELECOMUNICAZIONI E MEDIA IN FERMENTO

Il settore maggiormente in movimento, non solo a livello italiano ma anche europeo e forse mondiale, è quello delle tlc che va a incrociarsi con i media. Nei paesi più evoluti è partita con qualche anno di ritardo la convergenza tra installazione di fibra ottica con internet superveloce associata a servizi televisivi a pagamento che giustificano un consumo elevato di banda. Telecom Italia e Mediaset si trovano al centro di questa importante evoluzione ma stanno combattendo la partita su fronti opposti anche se hanno un socio comune che si chiama Telefonica. Da parte sua Telecom sta cercando di raggiungere sempre più lo status di società ad azionariato diffuso senza soci forti che possano condizionarne le strategie, reduce da sette anni di dipendenza da Telefonica. Dall’altra Mediaset sta cercando sponde per internazionalizzare sempre più il proprio business della pay tv mentre cerca di difendere con le unghie le posizioni di leadership raggiunte sul mercato nazionale con la tv via etere. Il futuro di Telecom passa però dal Brasile, dove il management sta studiando un’operazione sicuramente non gradita a Telefonica. L’integrazione tra Tim Brasil e Gvt è un progetto di carattere industriale poiché permetterebbe al gruppo italiano di diventare leader nel paese sudamericano con un’offerta che può spaziare dalla telefonia fissa, a quella mobile, alla tv. E che richiederebbe comunque uno sforzo finanziario importante, probabilmente tale da richiedere il ricorso al mercato. Telefonica vorrebbe invece vendere Tim Brasil e spezzettarla tra gli altri operatori in modo da ridurre la concorrenza. Allo stesso tempo in Italia sono a buon punto i colloqui tra gli azionisti di Wind e 3 Italia per una fusione tra di loro che abbasserebbe notevolmente il grado di aggressività sulle tariffe offerte agli utenti. Sullo sfondo ci sono Sky e Mediaset, acerrime rivali, la prima alleata di Telecom da un accordo per fare offerte congiunte fibra-tv, la seconda che ha accettato i soldi di Telefonica per uscire dalla pay tv spagnola ma ha ottenuto che il colosso iberico entrasse con il 10% in Mediaset Premium. La pay tv del Biscione è ancora sostanzialmente in perdita e necessita di capitali. Il pretendente più accreditato per affiancarsi a Mediaset è la tv qatariota Al Jazeera interessata anche alla partita dei diritti tv del calcio. Lo scenario mondiale prende a riferimento le ultime fusioni realizzate o solo annunciate: Comcast e Time Warner Cable, At&T che ha acquisito Direct Tv e la News Corp di Rupert Murdoch che ha messo nel mirino la Time Warner con un’offerta (per ora rifiutata) da 80 miliardi di dollari.

AZIENDE PUBBLICHE IN MOVIMENTO

Il governo Renzi in primavera ha rinnovato i vertici di Eni, Enel, Poste, Finmeccanica e i nuovi manager stanno ora reimpostando le strategie di ristrutturazione o di crescita. Il più veloce è stato Claudio Descalzi, una vita passata nelle trivellazioni dell’Eni e ora amministratore delegato. Vuole concentrarsi sempre più sul core business della esplorazione e produzione di petrolio e dunque gli altri business vanno razionalizzati. Nel nuovo piano industriale potrebbe annunciare la vendita della Saipem, che ha creato qualche problema alla precedente gestione, e la chiusura di alcune raffinerie in Sicilia, decisione che ha già sollevato l’ira dei sindacati e di tutto il personale dell’Eni. Può sembrare strano ma nello stesso settore, quello della raffinazione, il colosso russo Rosneft, si accingerebbe ad aumentare la propria presenza nella Saras, la società dei Moratti che possiede le raffinerie a Sarroch in Sardegna. All’Enel il neo ad Francesco Starace deve concludere la campagna di dismissioni avviata dalla precedente gestione vendendo le centrali nucleari in Slovacchia mentre qualcuno si attende qualche novità anche per la controllata spagnola Endesa. Esclusa la vendita è invece probabile una razionalizzazione delle partecipate del gruppo spagnolo, poco efficiente nel far affluire i dividendi verso l’alto. Più difficile il compito di Mauro Moretti a Finmeccanica che oltre a un taglio di costi e ad una riorganizzazione interna, deve decidere se vale la pena costruire un polo dei trasporti con al centro il rilancio di Ansaldo Breda e Ansaldo Sts, oppure se sia meglio confermare l’obbiettivo della vendita delle partecipate come già successo con Ansaldo Energia.

QUEL CHE RESTA DEI SALOTTI

Tra le partecipate di Mediobanca che ancora non sanno trovato una sistemazione stabile c’è sicuramente la Rce Mediagroup. Piazzetta Cuccia si è ridimensionata progressivamente e ha lasciato spazio alla contesa tra la Fiat di John Elkann, il fondatore della Tod’s Diego Della Valle e l’editore Urbano Cairo. Attualmente l’azienda vive una situazione di stallo in attesa di capire se il piano di rilancio dell’ad Pietro Scott Jovane sia in grado di ridare un futuro al gruppo ancora in forte perdita. Se non sarà sufficiente potrebbero essere messe in vendita le attività in Spagna, dove il gruppo Rizzoli possiede quotidiani importanti come El Mundo e Marca.

I CAMPIONI INTERNAZIONALI

L’ultimo esempio arriva dalla Gtech della famiglia De Agostini, partita da Lottomatica e cresciuta sui mercati internazionali fino all’ultima acquisizione della Igt. Una strada intrapresa per prima dalla Luxottica del patron Leonardo Del Vecchio, che la gestione di Andrea Guerra ha portato ancora più in alto attraverso crescita interna e acquisizioni mirate. Ed è una via battuta anche dalla Prysmian, società di cavi acquisita dalla Pirelli dal management e da fondi di private equity, che ora sta cercando una nuova acquisizione dopo aver digerito quella di successo di Draka. E anche da World Duty Free e Autogrill, società del gruppo Benetton, che si sono separate in due società distinte proprio per facilitare aggregazioni con altre realtà dei duty free e della ristorazione.

IL RISIKO DELLE BANCHE MEDIE

Concluse per il momento le ricapitalizzazioni dei grandi istituti (nelle casse di Mps sono entrati 5 miliardi di euro, 500 milioni in quelle di Bpm e 900 milioni in quelle della Popolare di Vicenza), ora l’esplosione delle sofferenze e la necessità di abbattere i costi per rendere le banche più profittevoli passa attraverso una nuova fase di aggregazioni che dovrebbe interessare la fascia media del sistema bancario italiano. Dalla commissariata Banca Marche, che potrebbe interessare a Ubi Banca, alla Popolare dell’Etruria che ha recentemente respinto un attacco da parte della Popolare di Vicenza, alla Veneto Banca, costretta a rivendere Banca Intermobiliare per far fronte a una difficile situazione di bilancio. In effetti, anche questa estate, manca Cuccia ma non la carne al fuoco.

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