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Telecom, Bernabè spinge sull’offerta cinese

«Mi scuso per le perdite. Condivido l’amarezza e l’insoddisfazione per l’andamento del titolo, espressa in molti interventi durante questa assemblea. Noi dobbiamo assumerci le responsabilità di quello che è successo, non troviamo scuse». Franco Bernabè ha lo sguardo basso mentre dal tavolo assembleare risponde alle critiche piovute dai soci sulla gestione di Telecom Italia. Ha lo sguardo basso ma non è scuro in volto. Tutt’altro. In tasca il presidente del gruppo telefonico ha una risposta che potrebbe cambiare radicalmente lo scenario e mettere a tacere le polemiche su una gestione che lo stesso manager riconosce essere stata «prudente», ma non «conservativa», per colpe non proprie ma di chi ha determinato «una situazione di debolezza patrimoniale e finanziaria», determinata da operazioni compiute negli anni precedenti. A stretto giro la replica del portavoce di Marco Tronchetti Provera: «Il dottor Bernabè è alla guida del gruppo da quasi sei anni. Stupisce che, anche a distanza di tempo, non si ritenga più utile che ciascuno si assuma le proprie responsabilità». E ancora: «Sulla vecchia gestione parole non vere».
La risposta è l’offerta di Hutchison Whampoa per mettere insieme Tim e 3 Italia e poi salire fino al 29,9% in Telecom. «Personalmente ritengo che ci siano elementi positivi per cui valga la pena proseguire la discussione», ha commentato Bernabè, uscendo per la prima volta allo scoperto. E’ la risposta non solo alle critiche mosse in assemblea ma anche alle proposte avanzate dalla Findim di Marco Fossati, che dieci giorni fa ha inviato ai vertici del gruppo una lettera per chiedere di fare di più. Una posizione che si riscontra anche in Telco, la cassaforte di Telecom, che da qualche tempo ha stretto la marcatura sui vertici del gruppo e ora ha deciso di affiancare a Bernabè quattro consiglieri, Gabriele Galateri di Genola, Elio Catania, Luigi Zingales e Julio Linares, per vederci chiaro sull’offerta di Li Ka Shing. Bernabè ha chiesto «una forte comunione di intenti da parte di tutte le parti coinvolte» se si vuole affrontare la svolta. Ma il consenso va costruito. Tra le pieghe dell’offerta di Hutchison Whampoa c’è però anche una way out per Telco, che potrebbe vendere ai cinesi il proprio pacchetto del 22,4% a 1,2 euro ad azione (il doppio del valore di Borsa) e chiudere l’avventura nei telefoni.
Il percorso ipotizzato per la svolta si snoda lungo un doppio binario e secondo il presidente può «portare a risultati concreti e reali in tempi brevi». Il primo binario è «un cambio di paradigma nella regolamentazione dei servizi di rete fissa», il secondo «un consolidamento del mercato dei servizi di rete mobile». Il nome del tycoon cinese viene fuori solo quando Bernabè entra nei dettagli e riconosce che un matrimonio tra Tim e 3 Italia sarebbe in grado di creare «sinergie industriali che comportano riduzione di costo in termini di strutture commerciali e di sviluppo delle reti Lte». L’allentamento normativo sulla rete fissa arriverebbe invece con lo scorporo della rete, che verrebbe accelerata in caso di accoglimento della proposta cinese. Il management sta definendo il percorso per la societarizzazione dell’infrastruttura «indispensabile per proseguire la trattativa con Cassa depositi e presiti» ha detto Bernabè.
I tempi della risposta ai cinesi non saranno lunghi. Entro fine mese, o al più tardi nei primi giorni di maggio, il consiglio dovrebbe essere informato sull’esito delle verifiche. Bernabè l’ha detto chiaro e tondo che la proposta di Hutchison Whampoa va approfondita e in assemblea i soci lo hanno ascoltato con grande attenzione e interesse. I piccoli azionisti di Asati hanno già dato il gradimento, anche se vorrebbero un’Opa. Ma è Telco che deve sciogliere le riserve. E al momento la schiarita non c’è ancora.

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