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Telecom Asse Parigi-Berlino per frenare l’America

Europa e America delle telecomunicazioni sono separate dall’Oceano delle regole, vasto e profondo come quello vero: norme pro operatori negli Stati Uniti, norme contro nel Vecchio Continente. La distanza è sintetizzabile in un dato: nei cinque maggiori Paesi europei (Germania, Francia, Italia, Inghilterra e Spagna), ci sono 20 operatori mobili contro i 4 americani. Le conseguenze di questa polverizzazione, causata dal «dirigismo populista» di Bruxelles (la definizione è dell’economista Luigi Prosperetti), sono compressione dei prezzi, riduzione dei ricavi, taglio degli investimenti, minor innovazione. 
Un nuovo mercato
Nasce da qui il processo di consolidamento, di fusioni e acquisizioni, che porterà a un mercato europeo con meno aziende, più grandi e con costi più piccoli. Gli episodi sotto i riflettori, dopo l’acquisizione di Sfr da parte di Numericable in Francia, sono tre. Il primo, già completato, è l’acquisto di Orange Austria (France Telecom) da parte della cinese Hutchison Whampoa (che in Italia possiede 3). Le altre due operazioni vedono come protagonista Telefonica (grande azionista di Telecom Italia) in un caso nel ruolo di acquirente e nell’altro in quello di venditrice. In Germania l’ex monopolista spagnolo sta comprando E-Plus da Kpn e in Irlanda sta vendendo O2 Ireland a Hutchison Whampoa. La logica è di concentrarsi sui mercati nazionali in cui si è forti e di uscire dagli altri.
La presenza di Telefonica nel capitale di Telecom Italia è l’unico esempio di unione fra operatori ex monopolisti. Oggi, secondo una voce, si starebbero studiando collaborazioni tra France Telecom e Deutsche Telecom. Le esperienze del passato, quando il colosso francese e quello tedesco si ritrovarono con Enel nel capitale di Wind, però non sono incoraggianti. Anche nel caso italo-spagnolo, accanto ai vantaggi della collaborazione, sono altrettanto evidenti le sovrapposizioni e i conflitti di interesse in America Latina.
L’Unione Europea ha promosso una politica iper-competitiva, che, se da un lato ha fatto scendere i prezzi con punte record per la Francia e l’Italia, dall’altro ha tolto agli operatori le risorse per la banda ultralarga fissa e mobile. Parliamo di investimenti medi pro capite che in Europa sono stati di oltre il 30% inferiori a quelli americani. Così il Vecchio Continente ha perso, nella quarta generazione mobile, il vantaggio tecnologico che aveva acquisito nella seconda e nella terza. E gli utenti possono sì gioire dei prezzi bassi ma non certo di prestazioni, innovazione, qualità.
A tutto ciò va aggiunto il differenziale di sviluppo nelle reti tv via cavo. Un’infrastruttura che negli Usa raggiunge il 90% delle abitazioni e che permette di fornire connessioni Internet ad elevate prestazioni. Tale rete, in Europa, è molto meno estesa e in Italia, grazie alle scelte politiche del passato, non esiste.
Regole e costi
La politica europea delle regole, che finora non ha tenuto in alcun conto la struttura dei costi degli operatori, va profondamente corretta. Sono ben visibili i danni provocati dalla «febbre delle licenze», visto che il quarto operatore mobile perde ovunque da dieci anni, e, in certe situazioni, siamo ai limiti del dumping . Il culmine dell’aberrazione logica è stato raggiunto quando la commissaria Neelie Kroes, parlando delle reti di nuova generazione, ha detto agli operatori: prima fate gli investimenti, poi vi darò le regole.
Purtroppo l’impostazione populista continua a fare danni, tanto che oggi impone al soggetto dominante, frutto di una fusione, di praticare prezzi all’ingrosso di favore agli operatori mobili virtuali. La necessità della correzione è testimoniata anche dal fatto che oggi la chiedono sia gli ex monopolisti che i concorrenti, un tempo divisi su tutto.
Ma non è solo un fatto di regole. Servono gruppi più grandi per affrontare un mercato segnato da due trend : da un lato la convergenza fisso-mobile, che coniuga le esigenze dei clienti e le sinergie tecnologiche dell’offerta. Dall’altro l’esplosione del traffico dati mobile, con la quarta generazione che ovunque prende velocità.
È prevedibile, inoltre, un avvicinamento tra i telco e le televisioni: in prospettiva, chissà, attraverso integrazioni tra fornitori di reti e di contenuti; a breve, mediante partnership commerciali. Un’indicazione interessante arriva dal doppio colpo di Vodafone, che acquisisce il primo operatore via cavo tedesco, Kabel Deutschland, e l’analogo numero uno spagnolo, Ono.
Visioni globali
Vodafone è una storia in controtendenza, perché è una realtà europea e al tempo stesso del mondo: basata a Londra, realmente globale, ha le sue presenze più importanti in Germania e in India, dove investirà 3 miliardi di dollari nelle reti e dove ha appena acquisito la quota di Piramal Enterprises. Grazie alla cultura «imperiale» del suo Paese culla, risente meno della crisi europea, di cui pure condivide i problemi. Una ricerca continua di crescita e di redditività l’hanno spinta a coniugare globalità e radicamento nei mercati nazionali in cui opera.
Di fatto, in molti Paesi, oggi Vodafone potrebbe aspirare ad affiancarsi agli operatori storici, in crisi di ricavi e talvolta di strategie, nella guida dei processi innovativi nazionali.
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