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Telecom archivia il dossier Metroweb

Per Telecom la partita Metroweb è chiusa. Il board ha preso atto ieri della risposta tranchant dell’ad di Fsi, Maurizio Tamagnini, alla proposta formulata dall’incumbent per una joint venture nella fibra ottica. La proposta avanzata da Telecom era finalizzata a coprire 250 città con la rete in fibra fino alle abitazioni/edifici (Ftth/Fttc) nell’arco di un quinquennio, con l’ingresso in Metroweb Sviluppo (senza Milano) tramite un aumento di capitale: 40% la quota iniziale più 20% senza diritti di voto fino al raggiungimento di determinati obiettivi. A termine, a completamento del piano, l’ipotesi dell’incumbent era quella di rilevare l’intero capitale della società della rete. La bocciatura del Fondo strategico della Cdp, che è azionista al 46,2% della holding Metroweb (la restante quota è in mano a F2i), è stata però senza appello, nella formula e nei fatti. La formula comunicava sinteticamente con una mail che «Cdp e Fsi non sono nelle condizioni di procedere nell’analisi congiunta del progetto nazionale della fibra ai termini illustrati nella bozza di memorandum of understanding» inviata da Telecom. I fatti sono che la cosa si è chiusa lì. Non sono stati più discussi cioè i punti di disaccordo, che in sostanza erano il 20% di Metroweb Sviluppo che Cdp era intenzionata a mantenere anche una volta completato il piano di investimenti, ma soprattutto i poteri di governance collegati alla quota pubblica.
Continua pagina 29 Antonella Olivieri

 

Continua da pagina 27 A questo punto, da parte di Telecom non ci saranno altri tentativi di riaprire il negoziato per Metroweb. Si vedrà ora cosa succederà con l’arrivo – nelle stime confermato per fine giugno – del nuovo «azionista di riferimento», la francese Vivendi guidata da Vincent Bollorè.
Intanto, proprio ieri, Infratel (società del Ministero dello sviluppo economico), ha dato il via alla consultazione per aggiornare la mappa delle disponibilità di servizi «a banda larga e ultralarga» sul territorio nazionale. Entro il 20 giugno gli operatori di tlc dovranno dichiarare i piani di copertura attuali e quelli previsti per il triennio 2016-2018 nelle 94.645 aree in cui è stato suddiviso il Paese: gli impegni saranno successivamente tradotti in contatti con scadenze concordate da rispettare nel corso del triennio. In questo modo sarà possibile determinare quali sono le aree a fallimento di mercato dove sono ammessi gli interventi pubblici. Entro maggio, inoltre, il Governo notificherà a Bruxelles gli «aspetti operativi» degli strumenti agevolativi (utilizzabili appunto solo dove non arriva “spontaneamente” il mercato): sgravi fiscali, fondo di garanzia (attualmente in discussione con Bei e Cdp) e voucher a favore degli utenti per l’attivazione dei servizi sulle reti di nuova generazione, quando saranno in funzione. Nella sostanza, è superata quindi la scadenza del 31 maggio per la presentazione dei piani operativi di investimento. Da parte pubblica è del resto necessario un ripensamento degli incentivi (a rischio lo strumento dei crediti d’imposta) perchè, a una verifica del Mef, le coperture, almeno per quest’anno, risulterebbero del t utto insufficienti.
Telecom dunque andrà avanti per la sua strada: per il momento ha “prenotato” 40 città da raggiungere con l’Ftth/Fttb, ma ci sarebbe l’intenzione di andare oltre con la copertura di altri comuni. Al momento la rete in fibra ottica dell’incumbent, con la formula Fttc (fibra fino agli armadietti sul marciapiede), raggiunge già più di 140 città, coprendo il 32% della popolazione, mentre la rete mobile di quarta generazione (Lte) ha un raggio di copertura superiore all’80%. Nel solo primo trimestre dell’anno, tra Italia e Brasile, il gruppo ha fatto investimenti industriali per 964 milioni.
Passando ai conti del periodo gennaio-marzo, punto centrale all’ordine del giorno del cda, i ricavi consolidati si sono attestati a 5,1 miliardi (-2,6%), l’Ebitda è stato superiore a 2 miliardi (-7,7%) con una marginalità del 40,2% rispetto al 42,4% dello stesso periodo precedente, l’Ebit è calato di 188 milioni a 979 milioni. Il saldo finale è stato di 80 milioni rispetto ai 222 milioni dello stesso trimestre 2014, scontando l’effetto – puramente contabile – del mark to market del prestito convertendo e i costi connessi al buy-back sui bond in circolazione (avranno impatto anche sui riacquisti del secondo trimestre) che però a regime saranno compensati dai minori oneri sul debito per l’effetto sostitutivo delle vecchie emissioni con le nuove. Depurando il dato da questi effetti, l’utile netto sarebbe stato superiore a 300 milioni. L’indebitamento finanziario netto rettificato è di 27,43 miliardi, in aumento di 779 milioni rispetto a fine 2014 per effetto di una generazione di cassa negativa per 455 milioni nel trimestre. Il debito netto contabile è di 29 miliardi, un miliardo in più rispetto al 31 dicembre scorso. I ricavi sul mercato domestico registrano una lieve flessione (-2,6%) a 3.631 milioni.
Quanto alle previsioni sull’esercizio in corso, confermato il miglioramento della performance operativa in linea con il piano, con l’obiettivo di “stabilizzare” l’Ebitda nel 2016.

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