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Telecom al redde rationem tra conti e soci

MILANO — Sul futuro di Telecom Italia è ancora nebbia fitta ma una decisione su azionariato e rafforzamento patrimoniale si fa ogni giorno più urgente. Il conto alla rovescia riferisce che siamo a nove giorni dalla scadenza del termine (28 settembre) per poter chiedere lo scioglimento della finanziaria Telco, holding che controlla il 22,4% di Telecom. E che il momento sia assai delicato lo dimostra il fatto che il presidente di Telefonica Cesar Alierta, un aragonese schivo e scaltro, sia arrivato a Milano mercoledì mattina per cercare di risolvere di persona la questione, rinnovando la sua disponibilità a rimanere azionista di lungo termine del gruppo e provando a cercare una soluzione capace di accontentare le esigenze degli altri soci italiani. Ma al momento tra il gran capo degli spagnoli e i rappresentati di Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo non è ancora stata trovata la quadratura del cerchio. Dalle riunioni che si sono tenute nelle ultime 48 ore sia tra i soci di Telco che tra gli azionisti forti e il management di Telecom, non sarebbe ancora stata trovata una soluzione capace di accontentare gli interessi di tutti. «Sono state riunioni costruttive – ha dichiarato il presidente esecutivo Franco Bernabè a Bloomberg – sono fiducioso per un accordo sul futuro di Telecom il 3 ottobre». Ma in mattinata il sito spagnolo El Economista aveva lanciato la sua bomba: Bernabè nelle riunioni di questi giorni avrebbe minacciato le dimissioni se nel cda del 3 ottobre non verrà approvato un aumento di capitale da 3 miliardi. «Nel caso più che probabile che questa ipotesi fallisca – scriveva il giornale spagnolo citando fonti vicine al gruppo italiano – Bernabè potrebbe prendere la via dell’uscita, probabilmente anche spinto dagli attuali soci».
Ipotesi che hanno avuto l’effetto di far salire la tensione intorno alla trattativa. Risulta infatti evidente che l’aumento di capitale non piace a nessuno, né a Telefonica né ai soci italiani che hanno dichiarato più volte di non voler più impiegare risorse in Telecom, volendo al contrario monetizzare l’uscita. Ma è altresì possibile che altri investitori possano essere interessati all’avventura. Alla finestra c’è sicuramente l’imprenditore egiziano Naguib Sawiris, che già un anno fa si era dimostrato disponibile a sottoscrivere un aumento di capitale di Telecom, così come il fondo del Qatar o i big del settore da Vodafone ad At&t ad America Movil. Non escludendo che possa essere la stessa Telefonica a trovare nuovi investitori finanziari disposti a sostituirsi agli italiani. In questo quadro piuttosto confuso il governo italiano non ha manifestato alcun interesse alla vicenda – essendo la società privata – mentre la Cassa
Depositi e Prestiti ha sempre valutato l’ingresso in una società della rete. Al riguardo l’amministratore delegato del fondo F2I, Vito Gamberale, ieri in audizione in al Senato, ha detto: «Il problema della ricapitalizzazione di Telecom è un problema serio e anche del paese. Noi di sicuro conferiremmo Metroweb perchè è un asset importante e quindi diventeremmo soci ma penso – ha aggiunto – che i nostri investitori potrebbero fare ciò che serve».
In attesa che la matassa dell’azionariato cominci a sbrogliarsi gli analisti provano a fare i conti sul nuovo piano industriale che verrà presentato il 3 ottobre. Lì il management illustrerà una nuova configurazione delle attività italiane che saranno suddivise in quattro società a sé stanti, ovvero la rete, i servizi business, quelli consumer e i servizi alla clientela in genere. Questa soluzione, secondo l’ad di Telecom Marco Patuano, servirà a far emergere più chiaramente il valore delle quattro attività, a cominciare dalla rete, che essendo rivalutata potrà sopportare un avviamento superiore rispetto a oggi. Ciò non toglie che Telecom nei prossimi anni avrà bisogno di ingenti risorse per finanziare gli investimenti sia nella banda larga sia nelle reti mobili, risorse difficili da reperire dato il pesante indebitamento del gruppo in un contesto di ricavi in calo.
Una buona notizia, per Telecom, arriva invece dal successo del collocamento di un bond del valore di un miliardo con scadenza a sette anni. Le richieste da parte degli investitori hanno superato di quattro volte l’offerta nonostante il tasso fosse pari al 5,054% (inferiore al costo medio del debito complessivo che era pari al 5,4% a fine giugno), e ciò è abbastanza sorprendente per una società il cui debito sta rischiando di essere catalogato spazzatura dalle agenzie di rating. Con questa nuova liquidità Telecom ha ora cassa a sufficienza per ripagare tutte le proprie emissioni che scadranno fino al dicembre 2015, e la forte domanda di ieri da parte degli investitori per il nuovo bond ha il sapore di una scommessa sulla capacità di Telecom a mantenere la qualità del suo debito al livello di “investment grade”.

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