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Telecom adesso viaggia da sola e in due mosse torna al tavolo dei big

Telecom Italia non è più un leone ferito, pronto a essere sbranato dal primo investitore che passa. E neanche un mostro con le sembianze da ex monopolista da combattere a spada sguainata. Sta diventando un gruppo normale, con un management che vuole creare valore, fare i compiti a casa ma anche sfruttare le opzioni di crescita che via via si riescono a costruire. E con l’ambizione di diventare un punto di riferimento per lo sviluppo del mondo tecnologico e digitale in Italia. Qualcosa di nuovo in effetti sta succedendo in seno alla Telecom, a sei mesi dall’assemblea che ha rinnovato cda e vertici, mettendo alla guida due cinquantenni, Giuseppe Recchi (presidente) e Marco Patuano (ad). L’azienda da oltre quindici anni è al centro di una turbolenta storia finanziaria e imprenditoriale che l’ha portata a cambiare assetto di controllo ben quattro volte. Con il quinto riassetto tuttora in corso. Ma ora la progressiva uscita di Telefonica dall’azionariato ha insperabilmente regalato alla società il primo cda composto a maggioranza da consiglieri indipendenti e una voglia di rivalsa che non si respirava da anni in azienda. U na public company all’europea, con il primo azionista, Vivendi, che in assenza di nuovi acquisti sul mercato avrà in portafoglio solo l’8,3% del capitale, e non è detto possa aspirare a un posto in consiglio di amministrazione. Tuttavia il passaggio dallo status di azienda da “spolpare” ad azienda in grado di aggregare risorse ed energie intorno a progetti comuni non si realizza in poco tempo. Nel mezzo vi sono le ricorrenti voci di scalata e successivo break up da parte di gruppi esteri (sono circolate le voci di interessamento da parte di H3G) con inevitabile grido di dolore del governo pronto a utilizzare i poteri del golden power pur di impedire che un asset strategico per il paese finisca nelle mani sbagliate. Oppure le schermaglie tra operatori concorrenti sugli investimenti necessari per dotare il paese di una rete a banda larga in linea con l’evoluzione europea. In questo quadro il dato più confortante riguarda l’attivismo mostrato recentemente da Telecom sullo scacchiere del mercato delle telecomunicazioni. In poco più di tre mesi la società guidata da Marco Patuano si trova per la seconda volta candidata a effettuare un’acquisizione internazionale nel paese, il Brasile, dove possiede la sua partecipazione più importante. Dopo il mancato acquisto di Gvt, finita nella pancia di Vivo e della spagnola Telefonica per un valore, 11 volte il margine operativo lordo, che ha lasciato a bocca aperta più di un addetto ai lavori, ora per Tim Brazil si è aperto lo spiraglio del matrimonio con Oi, il quarto operatore mobile e secondo nel fisso, considerato il campione nazionale poiché nato qualche anno fa dall’unione di tre società brasiliane (Brasil Telecom, Tele Norte Leste e Telemar). L’operazione non è semplice da realizzare poiché Oi è un’azienda ancora molto indebitata e che sta portando avanti con molta fatica una ulteriore fusione con il suo principale azionista Portugal Telecom. Ma un accordo con Tim Brazil è molto attraente sotto diversi punti di vista, dal momento che si verrebbe a creare il primo operatore brasiliano sia nel mobile che nel fisso. Ovviamente le autorità antitrust del paese presieduto da Dilma Roussef potrebbero piantare alcuni paletti in alcune aree dove i due gruppi si sovrappongono, per cui alla fine la quota di mercato nella telefonia mobile delle due imprese congiunte potrebbe collocarsi tra il 36 e il 40%, e i clienti in eccesso verrebbero distribuiti tra i concorrenti di Vivo (28%) e Claro (25%). Ma l’importante presenza della rete fissa di Oi in aree dove è concentrato il 78% della popolazione brasiliana, con un accesso principalmente basato sulla rete in rame ma con l’eccezione di Rio de Janeiro e Belo Horizonte dove la fibra arriva fino nelle case dei clienti, permetterebbe a Tim-Oi di contrastare Telefonica in quelle offerte cosiddette quadruple play (voce, internet, tv, cloud) che in Brasile dovrebbero prendere piede in un futuro non molto lontano. Il Brasile è infatti considerato un mercato ancora nella sua fase di crescita, nonostante la presenza di quattro operatori mobili. Ma per evitare una guerra dei prezzi in una fase successiva, come è avvenuto in Europa e in Italia, un processo di consolidamento del settore va sicuramente a vantaggio di tutti gli operatori. Ecco perché gli emissari di America Movil hanno sondato informalmente l’entourage di Patuano per capire se le intenzioni di Telecom su Oi sono concrete. Se così fosse, inutile spendere risorse ed energie a mettere insieme una cordata per rilevare a un prezzo stratosferico Tim Brazil per poi spezzettarla tra gli altri player del mercato. Tuttavia l’endorsement da parte di Carlos Slim non basta, la prudenza regna sovrana poiché Patuano e Recchi prima di pigiare sull’acceleratore vogliono avere sufficienti rassicurazioni dalle autorità politiche su alcune questioni cruciali, come il fatto che Telecom Italia debba alla fine controllare almeno il 50% della nuova società oppure sulla risoluzione dell’imponente contenzioso fiscale (circa 7 miliardi di euro). Mentre il problema dell’elevato indebitamento potrebbe in parte risolversi vendendo le attività portoghesi per le quali si sono già fatti avanti sia il gruppo francese Altice sia i due fondi Apax e Bain con offerte simili nell’intorno dei 7 miliardi. Secondo gli analisti di JpMorgan la combinazione di Tim Brazil e Oi verrebbe a determinare un gruppo con poco più di 12 miliardi di reais di ebitda (circa 4 miliardi di euro) prima delle sinergie realizzabili, con una leva finanziaria di circa due volte (Tim è praticamente senza debiti) ma con un free cash flow negativo in quanto il flusso positivo di Tim (1,1 miliardi di reais) verrebbe più che compensato dal deficit di Oi (3,4 miliardi). Il vantaggio congiunto si verrebbe poi a concretizzare con le sinergie che studi interni alla società italiana descrivono molto rilevanti, nell’ordine di 10 miliardi di euro da realizzare su un arco di diversi anni. E questo elemento può fare la differenza. L’altro terreno sul quale il management di Telecom si gioca il futuro si chiama rete in fibra ottica. Assodato che lo scorporo della rete attuale in una società separata a cui far partecipare i principali operatori del settore è un progetto troppo difficile da realizzare, Telecom e il governo hanno avviato un confronto costruttivo per un piano che permetta di accelerare la diffusione della banda ultralarga sul territorio italiano nei prossimi anni. Andando a coprire anche quelle zone dove la domanda non è così elevata e che non garantiscono ritorni economici soddisfacenti. Il governo ha messo sul piatto fino a 7 miliardi in diverse forme e ora bisogna vedere come le aziende risponderanno. Telecom dal canto suo ha finora coperto il 27% della popolazione con il servizio a banda larga venduto in 101 comuni e per il 2016 dovrebbe raggiungere il 50% della popolazione in 600 Comuni. Ma una accelerazione nelle grandi città potrebbe avvenire se la quota di maggioranza di Metroweb, oggi detenuta dal fondo F2I, verrà venduta a Telecom o a Vodafone che hanno manifestato interesse all’acquisizione. «Al giusto prezzo siamo interessati all’acquisto di asset di rete fissa in Italia», ha detto il numero uno del gruppo inglese Vittorio Colao al recente incontro con gli analisti a Barcellona. Se non si riuscisse a convergere su progetti comuni il rischio, paventato da molti, è quello di portare più reti in fibra nelle città più grandi dove c’è ritorno economico, e poco o niente nei Comuni e nelle zone meno affollate con domanda scarsa. Dunque Metroweb potrebbe essere il veicolo attraverso il quale i diversi operatori contribuiscono al cablaggio delle principali città così come successo per Milano. Certo superare la diffidenza che ha caratterizzato il confronto degli ultimi anni sul tema della rete è impresa ardua. Ma è proprio su un terreno così delicato e cruciale che si misureranno le capacità di Recchi e Patuano nel far quadrare il cerchio che deve soddisfare gli interessi di governo, autorità antitrust, l’Ag-Com, operatori alternativi e, da non dimenticare cittadini e utenti. Finora nessuno c’è riuscito ma il crescente traffico dati che transita su una rete ad alta velocità sta diventando trainante rispetto a tutto il resto e gli accordi con i produttori di contenuti possono rappresentare la leva per entrare sempre più nelle case delle famiglie. Telecom su questo fronte sembra si stia muovendo con saggezza, avendo già siglato un accordo importante con Sky ma mantenendosi le mani libere per altre partnership simili. Senza cadere nella tentazione di legarsi a doppio filo con un solo produttore che snaturerebbe la sua natura di operatore infrastrutturale. Non a caso i recenti tentativi di Mediaset per un accordo esclusivo con Premium sono stati respinti anche se in futuro potrebbero tornare d’attualità. Soprattutto quando Vivendi diventerà a tutti gli effetti un azionista Telecom e Vincent Bollorè assumerà un ruolo attivo per promuovere un ingresso di Canal Plus in Mediaset Premium e, a cascata, un rapporto più stretto con la società di tlc italiana.

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