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Telecom a chi fa gola la nuova public company

L’amministratore delegato di Telecom Italia, Marco Patuano, ha chiuso in bellezza due mesi di lavoro ottenendo il via libera alla riforma della governance da parte del consiglio di amministrazione, con voto all’unanimità. La capacità è stata di cogliere l’attimo favorevole per spingere il gruppo sulla strada di un modello, quello di public company, che certamente non entusiasma gli spagnoli di Telefonica, diventati l’azionista di riferimento ma sotto scacco in Brasile per l’intervento del Cade, la locale autorità antitrust. Telefonica è al tempo stesso controllante di Vivo, leader nella telefonica mobile, e presente in Tim Brasil, che fa capo a Telecom Italia.
Per questo il modello public company, indicato per primo da Marco Fossati, azionista di minoranza con il 5 per cento del capitale, è anche il modo con cui gli spagnoli possono replicare all’ultimatum del Cade.
Due modelli
Resta il fatto che il destino di Telecom è tutto da scrivere. Sarà davvero un futuro da public company? E quali saranno le scelte di Telefonica? Per capirne di più occorre guardare fuori dai confini italiani. Nel mondo globale delle telecomunicazioni vanno distinti Stati Uniti e mercati europei. Le scelte che sono state fatte risultano diametralmente opposte.
Nel primo caso il governo americano ha puntato sul rafforzamento di un numero ristretto di società che hanno potuto raggiungere grandi dimensioni e livelli di redditività elevati. A gruppi come AT&T, Verizon, Sprint corporation è stato permesso un ritorno al passato, ricreando gruppi di assoluta forza economica che, grazie a profitti importanti, hanno assicurato investimenti di ampia portata e in tecnologie avanzate.
Del tutto diversa è la strada seguita in Europa, dove le autorità pubbliche di regolamentazione dei mercati hanno favorito la politica dei mille fiori, della concorrenza a tutto campo. Così il numero dei protagonisti è rimasto alto, con tariffe (a cui corrispondono gli utili aziendali) in netto calo e con difficoltà per le aziende maggiori di trasformarsi in poli aggreganti.
Le domande
La storia dirà quale modello risulterà vincente. Per quanto riguarda il futuro di Telecom Italia, invece, occorre dare risposta ad almeno una domanda. I giganti americani punteranno sul Vecchio Continente?
Il sospetto è che soprattutto uno, l’AT&T, coltivi qualche tentazione europea. E, in tal caso, Telecom Italia ha molte caratteristiche interessanti.
L’assetto azionario della compagine societaria è alla ricerca di stabilità, i conti sono tornati ad essere sotto controllo, idem la posizione competitiva sul mercato, l’azionista di maggior peso (Telefonica) deve fare i conti con un debito elevato. In più va fatta una riflessione sul Paese Italia, tornato ad essere considerato decisamente interessante da un buon numero d’investitori americani. La conferma arriva dalle mosse di Blackrock, regina dei fondi d’investimento a stelle e strisce, che sta moltiplicando le posizioni in società italiane quotate.Lo ha fatto anche acquistando una partecipazione rilevante in Telecom Italia, che oscilla intorno al 5 per cento. Tanto che nei mesi scorsi, c’è stato chi era pronto a scommettere che Blackrock finirà per risultare l’apripista proprio dell’AT&T.
I conti
Di sicuro, scenari di fantafinanza a parte, i fondamentali di Telecom sono interessanti nonostante le disavventure seguite alla privatizzazione, come risulta dalle prime anticipazioni sul bilancio 2013, che verrà presentato da Patuano al prossimo consiglio di amministrazione, convocato per giovedì 6 marzo.
La medaglia che l’amministratore delegato è pronto ad appuntarsi sul petto é la riconquista del primato nella classifica per fatturato della telefonia mobile in Italia, perso in passato a favore di Vodafone, mentre il primo posto per quota di mercato non è mai stato in discussione.
Ma, in particolare sui numeri del conto economico, le notizie positive arrivano sia dalla capacità di produrre utili sia dall’indebitamento.
Telecom Italia si conferma ai primi posti in Europa nella capacità di generare cassa con un rapporto tra Ebitda e ricavi che resta intorno al 39 per cento e che scende al 22 per cento sottraendo il cosiddetto capex, cioè gli investimenti in asset durevoli nel tempo.
In più è continuata la discesa del debito che a fine 2013 dovrebbe risultare a quota 27 miliardi, contro i 37 miliardi del 2008.
L’apripista
Quanto basta per giustificare l’entrata in scena di Blackrock che, peraltro, ha investimenti importanti nei principali gruppi delle telecomunicazioni in Europa. A partire dalla stessa Telefonica (di cui ha in portafoglio poco meno del 4 per cento), da Deutsche Telecom (5,7 per cento) e British Telecom (4,8 per cento). Manca all’appello, tra i protagonisti, soltanto Orange (France Telecom), in cui Blackrock non è tra i soci di maggior rilievo.
Ecco perché, comunque vada a finire la partita Telecom, proprio Blackrock è posizionata in modo da avere voce in capitolo.
L’impressione netta è che anche sul fronte europeo stia cominciando a soffiare il vento delle concentrazioni. E’ chiaro che il rapporto con Telefonica resta di gran lunga quello prevalente ma è altrettanto certo che il gruppo spagnolo, al di là del conflitto d’interessi in Brasile, ha debiti davvero elevati.
Insomma, ci sono le condizioni affinché i soci di Telecom, dopo avere tanto sofferto per l’andamento del titolo, tornino a sognare.

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