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Telco, trenta giorni per le disdette

Si apre la «finestra» per la disdetta del patto Telco, mentre il titolo Telecom Italia continua a volare in Borsa trascinata dal risiko europeo e la Borsa si interroga sui possibili scenari che coinvolgeranno l’operatore italiano, con gli occhi puntati su una possibile fusione con Telefonica.

Dopo il gran volo di venerdì sull’affare Vodafone-Verizon, le possibili mosse sullo scacchiere internazionale delle tlc hanno spinto ancora Telecom Italia in Piazza Affari: il titolo, forte per tutta la seduta, è salito del 3,87% finale a 0,55 euro, con l’indice Dj stoxx del settore europeo cresciuto comunque del 2,6%. Notevoli gli scambi: sono passate di mano 255 milioni di azioni Telecom, contro una media quotidiana dell’ultimo mese di 95 milioni di pezzi.

A spingere le azioni le scommesse di un coinvolgimento dell’operatore italiano nel consolidamento del settore. Secondo gli analisti di Equita, per esempio, il titolo Telecom «è giustamente sostenuto da elementi speculativi di breve periodo, ma con upside relativamente contenuto dall’incertezza sulla struttura finanziaria e dall’azione delle agenzie di rating». Mediobanca, dal canto suo, continua «a credere che nel mercato europeo delle tlc succederà qualcosa a causa della frammentazione attuale non più sostenibile su una base mondiale».

Gli scenari su cui si ragiona sono molteplici. Ma è chiaro che in questo momento c’è soprattutto un dossier che potrebbe essere valutato dai soci: ovvero la fusione di Telecom e Telefonica. Tutto è infatti legato a doppio filo a come si evolverà lo scenario di Telco, il veicolo partecipato da Telefonica, Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo a cui fa capo il 22,4% di Telecom Italia.

A partire da domenica primo settembre fino al 28 settembre, infatti, è possibile dare disdetta al patto di sindacato che governa Telco. Tra i grandi soci della scatola finora solo Mediobanca e Generali hanno fatto capire che sono pronti a uscire dall’accordo (l’esecuzione della scissione avverrà poi nei sei mesi successivi). Ancora tutta da verificare, invece, la posizione di Telefonica e di Intesa Sanpaolo. È chiaro però che in tempi strettissimi gli spagnoli dovranno fa capire le loro intenzioni. Finora hanno fatto sapere di non essere intenzionati al controllo. Ma a una fusione? Il progetto, secondo indiscrezioni, è stato studiato in passato dall’amministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabè, ma è stato poi congelato. A questo punto potrebbe tornare d’attualità. Di certo dalla Spagna serve ora un segnale. Un punto, peraltro, sollevato nei giorni scorsi da Marco Fossati che attraverso la Findim è azionista con il 5% di Telecom Italia. In un’intervista rilasciata il 30 agosto a Bloomberg e diffusa ieri, Fossati sottolinea che «è giunto il momento che Telefonica dica da che parte sta: è scaduto il termine per aspettare e essere passivi, deve decidere che ruolo vuole giocare in Telecom». Inoltre il manager fa sapere che «perché Findim partecipi a un eventuale aumento di capitale di Telecom Italia il nostro gruppo avrebbe bisogno di un piano industriale capace di creare davvero valore per la compagnia telefonica, cui sarà appesa la credibilità del management». Non solo. A suo avviso una eventuale vendita di Tim Brasil, peraltro esclusa dal presidente di Telecom Franco Bernabè al pari di un aumento di capitale per il gruppo, «risolverebbe parzialmente i problemi finanziari di Telecom Italia nel breve periodo ma probabilmente comprometterebbe la futura creazione di valore dell’azione». Proprio il Brasile è uno degli asset che fa gola a diversi operatori indicati come possibili interessati a Telecom, tra cui il gruppo di Vittorio Colao, Vodafone, che ha appena incassato 130 miliardi di dollari da Verizon, e la America Movil di Carlos Slim che sta temporeggiando sull’offerta lanciata sull’olandese Kpn.

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