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Telco svaluta Telecom e chiude in rosso

Telco svaluta la partecipazione del 22,4% in Telecom Italia, chiude il semestre in rosso per 818 milioni e apre il dossier debito.
Ieri il consiglio di amministrazione del veicolo partecipato da Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Generali e Telefonica ha proceduto a rettificare la quota nell’operatore tlc, portando il prezzo di carico da 1,5 euro a 1,2 euro per azione. Il riallineamento di valore ha comportato una svalutazione complessiva di 920 milioni con perdite per i singoli soci che variano a seconda della partecipazione: più di 100 milioni a testa per Mediobanca e Intesa Sanpaolo e quasi 300 milioni per Generali; gli spagnoli di Telefonica, invece, dovrebbero contabilizzare un riallineamento dei valori leggermente superiore ai 400 milioni. La palla, a questo punto, passa ai singoli azionisti che dovranno portare nei rispettivi consigli di amministrazione la svalutazione della quota in Telco. Mediobanca, secondo quanto si apprende, potrebbe già affrontare il tema nel prossimo cda, in calendario il 26 febbraio. Tuttavia, tornando a Telco, l’entità definitiva della perdita di bilancio sarà definita puntualmente solo dopo il consiglio di amministrazione di Telecom Italia, in programma il 7 marzo. In quella sede, infatti, la partecipata fornirà numeri puntuali sulle rettifiche legate all’avviamento (ieri è stato fornito al board Telco solo un range di riferimento tra i 2 e i 4 miliardi). Toccherà quindi a un consiglio successivo del veicolo apportare gli opportuni aggiustamenti. Il rischio, però, per l’equilibrio della newco arriva anche dalle perdite registrate nel primo semestre, soprattutto in vista della prossima scadenza del prestito obbligazionario sottoscritto dai soci da 1,7 miliardi. Proprio il tema debito è stato il secondo punto all’ordine del giorno del consiglio Telco. Stando a indiscrezioni, si sarebbe avviato un confronto tra i soci su come gestire il prestito. Allo stato attuale non è stata presa alcuna decisione formale, anche perché mancherebbe una visione condivisa sui prossimi passi da compiere. Le soluzioni sul tavolo sono fondamentalmente tre: procedere con il rinnovo tout court dell’emissione; trasformare parte del bond in un convertendo; ripatrimonializzare la società. Tuttavia, anche se si dovesse procedere con un rinnovo tacito del prestito soci, sarebbe sostanzialmente a tempo. Questo perché a novembre deve essere rimborsata la linea bancaria da 1,050 miliardi e in quella occasione si potrebbe decidere di varare un riassetto di più ampio respiro. Non foss’altro perché a settembre, scatta la prima finestra per la disdetta del patto Telco. A marzo scorso, infatti, i soci della cassaforte hanno deciso di rinnovare l’accordo fino al 28 febbraio 2015. Tuttavia, agli stessi azionisti è stata concessa l’opportunità di richiedere la disdetta anticipata e la relativa richiesta di scissione con invio della comunicazione tra l’1 e il 28 settembre 2013, con esecuzione entro i sei mesi successivi. Tale eventualità potrebbe essere colta da alcuni soci che hanno già fatto capire di essere orientati a uscire da alcune partecipazioni ritenute non più strategiche. E’ il caso, per esempio, delle Generali. Giusto lo scorso gennaio alla presentazione della nuova road map l’amministratore delegato del Leone, Mario Greco, è stato chiaro: «Generali è una compagnia assicurativa e il suo compito non è quello di fare l’azionista strategico, né quello di speculare sul mercato».
Insomma, tra debito da rifinanziare e patti in scadenza, la struttura di controllo di Telecom Italia sembra essere destinata a un prossimo ripensamento. Tra l’altro, la decisione del board di Telecom di tagliare il dividendo potrebbe aggravare la situazione. Per Telco significa che incasserà dalla partecipata al massimo 60 milioni di euro l’anno. Somma sufficiente per coprire gli oneri sulla linea di credito da 1,05 miliardi di euro, ma non tutti gli interessi sul prestito soci. In più, l’intero pacchetto di azioni nella compagnia telefonica è in garanzia alle banche creditrici e secondo i contratti se il titolo Telecom dovesse scendere, e restare per un lungo periodo di tempo, sotto la soglia di 0,6 euro, potrebbe scattare la richiesta di reintegro del pegno. Negli ambienti vicini ai soci Telco si fa notare che le attuali garanzie coprono ampiamente il debito bancario.

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