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Telco paga la crisi di Telecom holding verso l’aumento di capitale

I soci di Telco stanno vagliando tutte le opzioni per vedere come risolvere la delicata situazione che si è creata all’interno della holding che controlla il 22,4% di Telecom Italia. E anche se una decisione definitiva non è ancora stata condivisa, di sicuro si impone una ricapitalizzazione della scatola, anche in vista della scadenza di 1,05 miliardi di linee di credito che a novembre saranno rimborsate o rifinanziate in toto, poichè non possono essere rinnovate alle stesse condizioni dato che il tasso praticato a Telco è ben più favorevole del costo medio del debito della sua unica partecipazione in Telecom.
La società partecipata da Telefonica (46,2%), Generali (30,6%) Intesa (11,6%) e Mediobanca (11,6%) ha iscritto in bilancio attività per 3,6 miliardi che in Borsa valgono 1,44 miliardi con al passivo circa 2,8 miliardi di debiti. Una situazione disequilibrata anche perché i magri dividendi della Telecom a stento pagano gli oneri finanziari alle banche e già oggi non remunerano il prestito dei soci da 1,65 miliardi. Lo scenario più probabile è quello che Telco trasformi tutto o parte di questo debito verso gli azionisti in capitale. L’aumento si impone anche ex lege perché prima o poiil valore delle azioni Telecom detenute dalla finanziaria andrà adeguato a quello di mercato, tenendo anche conto che nel 2013 Telecom rischia di non pagare il dividendo. La decisione di Mediobanca di svalutare da 1,2 a 0,5 euro il prezzo del suo 2,6% di Telecom, e di chiedere la scissione come fecero i Benetton nel 2009, rende più complicata la scelta deglialtri azionisti che vorrebbero più tempo per arrivare a una soluzione. L’istituto guidato da Alberto Nagel ha detto che «prima possibile» eserciterà il suo diritto, facendosi carico del pacchetto di azioni Telecom e della quota parte di debiti (circa 320 milioni). In questo caso Intesa e Generali che formalmente non hanno ancora deciso ma che potrebberoscegliere di tenere ancora in vita Telco per valorizzare al meglio la loro quota – sanno che senza Mediobanca dovranno aumentare la loro posizione affinché i soci “A” della società (ovvero gli italiani) mantengano la maggioranza assoluta. Telefonica (che invece ha solo azioni “B” di Telco) non vuole consolidare nel suo bilancio il debito di tutta la holding eneanche salire in maggioranza correndo il rischio di sollevare problemi con l’Antitrust brasiliano. Pertanto se Mediobanca confermasse l’uscita, e nessun nuovo azionista italiano (come ad esempio la famiglia Fossati che possiede il 4,9% di Telecom) si facesse avanti, Intesa e Generali dovrebbero arrotondare la propria quota per avere congiuntamente il 50,1% della futura Telco post scissione. Una simile scelta sarebbe difficile da spiegare ai soci di Generali, dopo che l’ad Mario Greco ha promesso loro di uscire da tutte le partecipazioni non strategiche. Inoltre, la decisione di Trieste è anche condizionata dal fatto che parte del 6,8% di Telecom è parcheggiato nelle polizze dei suoi assicurati, viceversa tutti gli 850 milioni di passività pro quota andrebbero a gravare sul bilanci della compagnia.
La situazione è ancor più delicata dal momento che Telecom sta attraversando una forte crisidel business a livello domestico, sta portando avanti con le autorità competenti lo scorporo della rete fissa, sta rischiando un declassamento del suo debito a livello «spazzatura» oltre ad avere l’attuale management in scadenza. Tutti fattori che nel caso di un veloce disimpegno da Telco rischierebberodi acutizzarsi.
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