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Tax risk manager in azienda

Il decreto sulla certezza del diritto istituzionalizza la figura del tax risk manager all’interno delle aziende nell’ambito del nuovo regime di adempimento collaborativo (dlgs 128/2015, articoli da 3 a 7). L’esistenza di un efficace sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale è infatti una delle condizioni per l’accesso al regime di cooperative compliance destinato a rivoluzionare i rapporti tra fisco e contribuenti e fortemente voluto dell’Agenzia delle entrate.

Prima del decreto sulla certezza del diritto, con un invito pubblico del 25 giugno 2013, l’Agenzia delle entrate aveva infatti lanciato un programma sperimentale di cooperative compliance a cui potevano accedere, su base volontaria le imprese con un volume d’affari o ricavi non inferiore a 100 milioni di euro dotate di modelli di organizzazione e di gestione di cui all’articolo 6 del dlgs 231/2001 o di un sistema di gestione e controllo del rischio fiscale (cosiddetto Tax control framework).

Il decreto sulla certezza del diritto istituzionalizza il regime di adempimento collaborativo riservandolo, in una prima fase, ai grandissimi contribuenti (volume d’affari superiore ai 10 miliardi di euro) nonché ai contribuenti che avevano aderito al progetto pilota dell’Agenzia delle entrate (84 grandi contribuenti). Con dm tale platea potrà essere ampliata.

Le grandi aziende, per restare al passo della rivoluzione culturale lanciata dall’Agenzia delle entrate dovranno dunque dotarsi di strumenti organizzativi e operativi finalizzati a prevenire il rischio fiscale».

Il tax risk manager delle (grandi) aziende è una figura che la legge vuole autonoma rispetto alle strutture aziendali deputate agli adempimenti ed alla consulenza tributaria.

La funzione di governo del rischio aziendale dovrebbe essere infatti inserita nel «contesto del sistema di governo aziendale e di controllo interno». Il tax risk manager, la cui mission è l’identificazione, mitigazione e controllo del «rischio fiscale», inteso quale rischio di compliance (vale a dire, di erroneo adeguamento alla disciplina fiscale), dovrebbe dunque essere una figura inserita nell’ambito delle funzioni di compliance o risk management e non a riporto del Cfo, e questo per garantire quell’indipendenza che è il presupposto di una valutazione serena sull’esistenza di rischi di natura fiscale.

Il tax risk manager sarà l’interlocutore aziendale privilegiato nei rapporti con l’Agenzia delle entrate per la valutazione delle situazioni che possono comportare un rischio fiscale.

Il regime di adempimento collaborativo si basa infatti su forme costanti di interlocuzione preventiva al fine di evitare l’insorgere di contenzioso tributario.

Il tax risk manager sarà dunque tenuto a mappare i rischi di natura fiscale presenti nell’azienda, a comunicarli all’Agenzia delle entrate al fine di attivare una valutazione congiunta. L’interlocuzione tra l’Agenzia delle entrate e i contribuenti è dunque alla base della cooperative compliance.

La pianificazione fiscale aggressiva si contrasta dall’azienda. Le operazioni e gli schemi potenzialmente qualificabili di pianificazione fiscale aggressiva dovranno essere comunicate dal tax risk manager all’Agenzia delle entrate.

Il tax risk manager di un gruppo bancario sarà, a titolo esemplificativo, tenuto a comunicare all’Agenzia delle entrate i rischi fiscali insiti negli assetti partecipativi esteri del gruppo quanto a società estere prive di «sostanza» o insiti nell’ambito delle relazioni intercompany tra le diverse entità del gruppo (si pensi all’esistenza di partecipate specializzate nella strutturazione di prodotti di investimento localizzate in paradisi societari che fungono da fabbriche prodotto di strumenti finanziari o assicurativi venduti in Italia).

Il tax risk manager sarà dunque tenuto a mappare il rischio di pianificazione fiscale aggressiva. Il punto di partenza sarà la documentazione predisposta in materia di transfer pricing, per arrivare all’analisi del rischio di esterovestizione, di stabile organizzazione occulta, di interposizione soggettiva, di corretta applicazione delle regole Cfc (controlled foreign companies).

L’agenzia delle entrate, ricevuta la mappatura dei rischi da parte del tax risk manager, sarà tenuta ad attivare una valutazione serena delle informazioni trasmesse. La legge prevede che l’Agenzia delle entrate pubblichi, con cadenza periodica, sul proprio sito istituzionale, l’elenco aggiornato delle operazioni, strutture e schemi ritenuti di pianificazione fiscale aggressiva.

In ogni caso per i rischi di natura fiscale trasmessi in modo tempestivo ed esauriente all’Agenzia delle entrate, le sanzioni amministrative sono ridotte della metà.

Delicato il ruolo del tax risk manager in caso di accertamento di reati tributari: l’Agenzia delle entrate sarà tenuta a comunicare alla procura della repubblica se il contribuente i cui esponenti sono stati denunciati per un reato tributario ha aderito al programma di cooperative compliance, fornendo tutte le informazioni in ordine al sistema di controllo del rischio fiscale ed all’attribuzione di ruoli e responsabilità previsti nel modello adottato.

In merito, in caso di reati tributari per rischi non correttamente mappati e comunicati all’Agenzia delle entrate dal tax risk manager, si profila una ipotesi di concorso nel reato, quantomeno a titolo omissivo improprio per non aver impedito un evento (la commissione di un reato tributario) che il tax risk manager aveva l’obbligo giuridico di impedire (art. 40 del codice penale).

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