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Tax planning tradizionale addio La pianificazione cambia pelle

Tax planning addio. Almeno nella forma classica, finalizzata a minimizzare il carico fiscale gravante su un’impresa attraverso lo spostamento della materia imponibile là dove il prelievo è più leggero (o del tutto assente). La programmazione tributaria attuale vuol dire sostanzialmente una sola cosa: gestire il rischio fiscale e cercare di essere in linea con gli obblighi di compliance. In tutti i paesi nei quali la società opera. A confermarlo a ItaliaOggi Sette sono alcuni professionisti specializzati nella fiscalità internazionale. «Pianificazione fiscale oggi significa effettuare valutazioni sull’efficienza interna dell’azienda multinazionale, mediante un’allocazione adeguata e misurabile dei rischi e delle risorse», spiega Maricla Pennesi, partner responsabile del dipartimento tax di Dla Piper «Non è più, quindi, una semplice analisi volta alla ricerca del miglior arbitraggio fiscale possibile derivante da operazioni cosiddette cross-border per sfruttare vantaggi correlati alle differenze di aliquote di tassazione». Specie a livello comunitario, d’altronde, lo scenario sta cambiando. Il G-20 ha dichiarato da tempo guerra aperta ai paradisi fiscali e la recente pubblicazione da parte dell’Ocse di «Addressing base erosion and profit shifting» (Beps) ribadisce il crescente timore degli Stati nei confronti del tax planning aggressivo. «In sede Ocse è in corso una lotta senza quartiere per colpire chi utilizza i centri off-shore e gli eventuali professionisti che li hanno affiancati», replica Roberto Lenzi, avvocato specializzato in diritto finanziario e gestioni patrimoniali dello studio Lenzi&Associati, «tuttavia i paradisi fiscali hanno sempre esercitato e continueranno ad esercitare un’attrazione fatale su chi di tasse ne paga molte. Ma è indubbio che i poteri di controllo sempre più incisivi da parte delle tax authorities, la graduale apertura alla trasparenza fiscale e bancaria di molti “ex paradisi” e gli oneri talvolta pesanti che mettere in piedi certe strutture elusive richiede sono tutti fattori che sbilanciano il rapporto costi-benefici in misura maggiore che in passato».

Insomma, stretto nella morsa delle verifiche e con canali di cooperazione amministrativa tra Stati più efficaci, in molti casi il gioco può non valere la candela. Ciò significa che viene meno per le multinazionali il diritto a manovrare la leva fiscale? «Non direi, il mio parere è che possa essere ancora conveniente strutturare una pianificazione fiscale nel rigido rispetto delle norme Ocse e/o di quelle convenzionali», commenta Patrizio Tumietto, managing partner di Clg e presidente nazionale Uncat (unione avvocati tributaristi). «Ciò vuol dire inerenza ed effettività delle operazioni poste in essere come primo requisito. La corretta documentazione a comprova delle valide motivazioni economiche, non solo di quelle fiscali, delle scelte effettuate diventa fondamentale. Il tempo delle boites postales è decisamente finito».

«Probabilmente c’è stato un fraintendimento di fondo in passato su cosa si intendesse per pianificazione fiscale», rileva Luca Dezzani, tax partner di Grimaldi Studio Legale, «non vuol dire risparmio d’imposta, ma semplicemente una corretta allocazione dei profitti in funzione dell’attività produttiva. Se un’impresa produce e vende in Italia, è corretto che paghi le tasse in Italia. Se invece una società produce in Italia e vende in Francia, l’obbligo fiscale va assolto tra Italia e Francia, senza cercare scappatoie in qualche paradiso fiscale». Non va infine dimenticato l’abuso del diritto. Principio che, dopo essere stato introdotto in Italia dalla Cassazione, fa ora parte anche del maxi-piano anti-evasione dell’Ue (si veda ItaliaOggi Sette del 10 dicembre 2012). «Il frequente uso (e talvolta abuso) fatto dall’amministrazione finanziaria della nozione di abuso del diritto ha dato luogo a sostanziali cambiamenti», chiosa Paola Flora, managing partner della sede milanese di Ashurst, «la pianificazione fiscale ha progressivamente abbandonato molte strutture utilizzate in passato e ormai considerate troppo aggressive. È in corso un’evoluzione verso strutture tese alla corretta allocazione del reddito imponibile complessivo».

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