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Tax planning più che legittimo

La pianificazione fiscale è legittima e la complessità del sistema fiscale italiano giustifica l’implementazione di tale attività al fine di evitare antigiuridiche doppie imposizioni.

Una magra consolazione per il gruppo Bosch che dopo aver pagato 320 milioni al fisco italiano vede affermare dal Gip di Milano, nella sentenza dello scorso 26 febbraio con cui è stato dichiarato il non luogo a procedere per il reato di dichiarazione fraudolenta contestato al management delle società del gruppo Robert Bosch GmbH e Robert Bosch SpA, che Robert Bosch GmbH è stata vittima di una doppia imposizione in quanto essa aveva già regolarmente pagato le imposte in Germania per le operazioni che la Guardia di finanza aveva ritenuto riferibili ad una sua stabile organizzazione occulta in Italia.

Nel 2010 la Gdf ha intrapreso una verifica fiscale nei confronti della Robert Bosch SpA, mirata all’analisi dei rapporti intercorrenti tra la società italiana e la casa madre tedesca Robert Bosch GmbH, ciò nonostante questi fossero già stati oggetto di controlli da parte delle autorità fiscali senza che sussistessero contestazioni nei confronti della società non residente.

Ad esito delle operazioni di controllo la Gdf ha ritenuto che Robert Bosch GmbH operasse in Italia con una stabile organizzazione occulta insita nella verificata, ed ha considerato rilevanti ai fini delle Ii.dd. e dell’Iva le operazioni italiane da questa realizzate. Dalla ricostruzione dei verificatori la società tedesca avrebbe omesso di corrispondere all’Erario imposte per circa un miliardo di euro. A parere dei militari, inoltre, sarebbero sussistiti gli elementi costitutivi il reato di «dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici» (art. 3, dlgs 74/2000) tali da giustificare l’invio alla Procura della repubblica della comunicazione di reato a carico dei rappresentanti legali pro-tempore di Robert Bosch SpA e Robert Bosch GmbH.

La vicenda tributaria si è conclusa nel 2011 con un accordo tra Bosch e l’Agenzia delle entrate ad esito del quale l’Erario ha incamerato 320 milioni, mentre è di questi giorni la sentenza del Gip di Milano che ha dichiarato il non luogo a procedere per il reato di cui all’art. 3, dlgs 74/2000 contestato ai rappresentanti legali delle società.

Il Gip ha ritenuto insussistente il reato di dichiarazione fraudolenta poiché questo si configura solamente qualora «taluno, per evadere le sue imposte, indichi nelle sue dichiarazioni annuali elementi attivi per ammontare inferiore al reale o elementi passivi non veri». Nella caso in esame, tuttavia, Robert Bosch SpA ha presentato delle dichiarazioni «assolutamente veritiere [che] espongono in modo corretto i redditi» da questa prodotti. Tutt’al più, la contestazione penale avrebbe dovuto riguardare l’omessa presentazione in Italia da parte della società tedesca della dichiarazione recante i redditi da questa prodotti per il tramite della asserita stabile organizzazione, configurando la diversa fattispecie di reato di cui all’art. 5 del dl 74/2000.

Interessanti sono anche le osservazioni del giudice circa l’insussistenza di tutti gli altri elementi addotti dall’accusa. Il Gip afferma che:

– è opinabile la configurazione del contratto di agenzia sottoscritto dalle due società quale «strumento fraudolento» atteso che questo è un atto «noto a tutti e replicante un assetto organizzativo esistente da almeno 40 anni» e mai contestato;

– l’asserita falsità della contabilità della Robert Bosch SpA è smentita dagli stessi accertatori che la definiscono ineccepibile;

– il management Bosch ha valutato i potenziali rischi scaturenti dall’assetto organizzativo interno sulla base di pareri che nulla dimostrano circa la sussistenza della contestata stabile organizzazione. A parere del Giudice al contrario «stupirebbe_ che in una materia complessa e discrezionale come il diritto fiscale italiano società di dimensioni internazionali non si preoccupassero di pianificare i rischi legali».

Il Gip conclude inoltre che Robert Bosch GmbH, a seguito dell’adesione con il fisco italiano ed il mancato rimborso delle imposte pagate in Germania «ha subito proprio quello che avrebbe voluto evitare» ossia «una doppia imposizione per il medesimo presupposto d’imposta».

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