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Tax expenditures senza freni

Circa 313 miliardi di euro, quasi un quinto del pil italiano. È questa la cifra che le tax expenditures sottraggono ogni anno a imposizione, con una crescita del 23% rispetto a quattro anni fa. Una giungla di esenzioni, detrazioni e deduzioni composta da 799 voci e che fa dell’Italia il secondo paese del mondo occidentale per base imponibile erosa (nel 2011 le voci mappate dal Mef erano 720 per 254 miliardi di erosione). Lo rileva la Corte dei conti nel rapporto 2016 sul coordinamento della finanza pubblica, pubblicato ieri.

Il documento della magistratura contabile certifica una pressione fiscale pari, per l’anno 2015, al 43,3%, vale a dire quattro punti percentuali in più rispetto alla media Ue. Un sistema fiscale ancora caratterizzato da un maggiore prelievo su redditi da lavoro, da pensione e di impresa rispetto a quello sui consumi e sul capitale, con «uno squilibrio che viene da lontano e che si consolida nel primo quindicennio degli anni duemila».

A raccogliere le critiche maggiori della Corte è la gestione dell’Iva, imposta che produce un gettito inferiore al 6% del pil. Eppure, si legge nel rapporto, l’aliquota ordinaria (22%) è tra le più alte del continente e il tasso ridotto medio (4 e 10%) eccede di quasi mezzo punto quello Ue. Cosa frena allora le entrate Iva? Due gli elementi individuati dai giudici contabili. Il primo è «l’elevato tasso di evasione», che fa perdere all’erario oltre 40 miliardi di euro all’anno di Iva, vale a dire il 34% del gettito potenziale (contro il 15,2% dell’Ue; solo Romania, Lituania, Slovacchia e Grecia fanno peggio). Il secondo motivo è dato dal vasto perimetro della base imponibile assoggettata ad aliquote ridotte, «pari al 43%, quasi il doppio di quanto si rileva nel resto d’Europa».

Uno scenario che porta la Corte a rilevare come, «se oltre al taglio delle spese un contributo sarà necessario sul versante entrate, un’ipotesi in discussione non escluderebbe, oltre a una revisione delle spese fiscali, un intervento sull’Iva». Un restyling non inteso come un mero aumento di aliquote (già previsto nelle clausole di salvaguardia della legge di Stabilità 2016), bensì volto a rimodulare la base imponibile, redistribuendone la collocazione tra l’aliquota piena e quelle agevolate. Questo mix di interventi, chiosa il documento, «si configurerebbe tra i meno distorsivi quanto a impatto sull’economia» e «sarebbe preferibile ad altre forme di imposizione indiretta, sia per l’ampiezza della base imponibile su cui si distribuirebbe sia in considerazione dei ripetuti stress cui sono stati soggetti altri comparti (accise, innanzitutto)».

Valerio Stroppa

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