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Tassi Usa, la Fed apre a un rialzo

La Federal Reserve ha cancellato la “pazienza” dalla sua posizione di politica monetaria, indicando a mercati e operatori che da giugno sarà pronta in ogni momento a considerare – ma soltanto considerare – una stretta sui tassi d’interesse americani.
La Banca centrale, nonostante il desiderio di procedere con la normalizzazione di un costo del denaro ormai inchiodato a zero dal 2008, ha chiarito che continuerà a monitorare con estrema attenzione l’economia reale prima di qualunque decisione. Una prudenza – sorretta dal raro voto unanime del suo vertice – che ha convinto Wall Street a tirare un sospiro di sollievo, completo di rally in Borsa, dove gli indici hanno guadagnato oltre l’1%, e nelle obbligazioni, dove il rendimento del titolo decennale è sceso sotto il 2%, mentre il dollaro è arretrato di più del 2% sull’euro a quota 1,08.
La Fed ha illustrato una pazienza che resta di sostanza se non più di forma. «Un aumento del target dei fed funds al prossimo vertice di aprile rimane improbabile», recita il suo comunicato. E una simile mossa sarà «appropriata» solo quando avremo assistito a «ulteriori miglioramenti del mercato del lavoro» e saremo «ragionevolmente fiduciosi che l’inflazione torni al 2% nel medio termine». Per chi nutrisse ulteriori dubbi: «Il cambiamento di guidance non significa siano stati decisi i tempi del rialzo iniziale» dei tassi. Poi è sceso in campo lo stesso presidente Janet Yellen, nella conferenza stampa seguita ai due giorni di vertice: «Un aumento non avverrà necessariamente a giugno – ha rimarcato – sebbene non possiamo escluderlo».
Dimostrazioni di prudenza sono emerse anche indirettamente. Anzitutto da una drastica revisione al ribasso dell’outlook dei governatori sui tassi: ora pronosticano tassi allo 0,625% a fine anno (dall’1,125%), all’1,875% nel 2016 (dal 2,5%) e al 3,125% l’anno successivo (dal 3,625%). Una revisione che è stata accompagnata da pronostici ridimensionati sull’inflazione (attesa quest’anno all’1,3%-1,4% anziché all’1,5%-1,8%) e sulla crescita (ipotizzata al 2,3%-2,7% contro il 2,6%-3% precedente). Il giudizio complessivo sull’economia, pur sottolineando «robusti guadagni nell’occupazione» che dovrebbero comportare un calo dei senza lavoro al 5% a dicembre, avverte che oggi l’espansione nell’insieme «ha moderato il passo». E che l’inflazione, complici flessioni nei prezzi dell’energia, è scivolata «ancor più al di sotto degli obiettivi di lungo termine».
La Fed di Yellen, insomma, ha perso la «pazienza» ma ha mostrato di rimanere allergica all’impazienza. Non ha fretta di gettarsi allo sbaraglio – e con sé trascinare una ripresa faticosamente conquistata – brandendo l’arma del rialzo del costo del denaro. Forse, a proposito di denaro, vuole tenere silenziosamente conto di quanto ormai il dollaro si sia rafforzato sulle altre principali valute, minacciando a sua volta la ripresa. Yellen ha citato obliquamente questa sfida, ricordando «i cali nei prezzi delle importazioni» e «l’indebolimento dell’export», anzi «la notevola zavorra» che quest’anno potrebbe rappresentare.
Neppure l’inizio di manovre restrittive, ha poi assicurato il presidente, sarà foriero di rapidi ritiri d’un atteggiamento accomodante in politica monetaria. Ogni intervento sarà ispirato alla gradualità, resa necessaria da un’espansione considerata tuttora in uno stato di salute incoraggiante ma men che soddisfacente. «Al momento anticipiamo che, dopo un ritorno di occupazione e inflazione su livelli in linea con i nostri mandati, le condizioni economiche potrebbero ugualmente imporre il mantenimento di tassi interbancari a livelli inferiori rispetto a quanto la Fed considera normale».
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