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Tassi Usa fermi, più vicina la stretta

La Federal Reserve ha mantenuto per ora i tassi d’interesse americani vicini allo zero. Ma, nello sforzo di fare chiarezza sulle intenzioni di politica monetaria e rispondere all’accusa di alimentare incertezza e confusione, il suo Comitato esecutivo ha ieri citato esplicitamente e per la prima volta il prossimo vertice di metà dicembre quale appuntamento per una possibile stretta. «Nel determinare se sia appropriato un aumento dei tassi alla prossima riunione – ha fatto sapere – il Comitato valuterà i progressi, realizzati e attesi, verso gli obiettivi di massima occupazione e di inflazione al 2%».
La Fed, in un ulteriore segnale di maggior ottimismo sulla crescita degli Stati Uniti che potrebbe legittimare una stretta, ha anche cancellato il riferimento agli ostacoli creati alla ripresa e all’inflazione dalla debolezza globale, indicando piuttosto con toni più neutri di rimanere impegnata a «monitorare gli sviluppi economici e finanziari».
La Banca centrale, nell’insieme, ha evidenziato «un’espansione a passo moderato» nonostante battute d’arresto nelle esportazioni e ha citato la «solidità» della spesa dei consumatori e degli investimenti aziendali nonché schiarite sul settore immobiliare. Ha ammesso la necessità di «ulteriori miglioramenti» sul mercato del lavoro, affermando che la creazione di impieghi ha frenato, ma ha ha ricordato che la «sotto-utilizzazione delle risorse occupazionali è diminuita dagli inizi del 2015». Sull’inflazione assente ha ribadito la convinzione di eventuali recuperi.
Il voto sui tassi è stato di 9 a favore di livelli invariati ai minimi con un dissidente, il “falco” Jeffrey Lacker. Una decisione presa al termine di due giorni di riunione senza conferenze stampa nè aggiornamenti dei pronostici su crescita e costo del denaro. Ma se sui mercati questo nulla di fatto immediato era atteso dagli investitori, che avevano spinto al rialzo Wall Street di oltre mezzo punto percentuale in anticipo sull’annuncio, non così era l’ipotesi diventata concreta di una stretta a dicembre: la sorpresa ha scosso i nervi degli operatori azzerando i guadagni degli indici, che hanno però ripreso quota nel finale di seduta aiutati dai toni rassicuranti sull’economia, chiudendo con un rialzo superiore all’1 per cento.
La novità nella presa di posizione della Fed è indubbia. «Dicembre è una possibilità» per il rialzo dei tassi, ha dichiarato Michel Galen di Barclays. Anche se per avverarsi dovrà superare le divisioni interne alla Fed, ieri in gran parte inespresse dal comunicato. Tre dei dieci esponenti del vertice attualmente con diritto di voto – Lael Brainard, Daniel Tarullo e Charles Evans – hanno professato finora fedeltà al partito delle colombe pro-stimolo che vuole attendere l’anno prossimo per interventi restrittivi. Mentre strette senza esitazioni sono state invocate, oltre che da Lacker, da John Williams e Jerome Powell. Yellen, il suo vice Stanley Fischer e William Dudley della sede di New York sono parsi presi nel mezzo, assieme al moderato Dennis Lokchart.
A somme fatte, Yellen e la maggioranza dei suoi colleghi del Fomc da tempo indicavano con diverse gradazioni di ritenere opportuna una stretta nel 2015 per cominciare il desiderato e graduale ritorno alla normalità in politica monetaria. Una posizione che di recente è stata però complicata da molteplici fattori, che la Fed avrà un mese e mezzo per verificare: anzitutto le performance nuovamente sottotono dell’espansione statunitense, che in settembre ha creato solo 142.000 posti di lavoro e potrebbe oggi dar conto di una modesta marcia del Pil all’1,7% nel terzo trimestre. A ciò si è aggiunto l’assedio da parte di una economia globale debole e delle nuove mosse di stimolo varate o promesse da altre grandi banche centrali, dalla Bce all’istituto centrale cinese alla Bank of Japan, che spingendo al rialzo il dollaro minacciano di danneggiare sia l’export che una salutare inflazione. Perplessità sono inoltre emerse sull’efficacia degli stessi strumenti a disposizione per alzare i tassi: seppur sperimentati in test condotti l’anno scorso, da manovre sulle riserve ai cosiddetti reverse repo, potrebbero rivelarsi spuntate dall’enorme liquidità mossa da banche e finanziarie sui mercati monetari.
La Fed, nell’intenso dibattito sul da farsi, ha spesso tradito una cacofonia di voci ed è parsa perdere la vantata capacità di comunicare e di gestire efficacemente le aspettative di mercati e operatori economici. Con il comunicato di ieri si è impegnata a ritrovarla: i riflettori sono tutti sull’appuntamento dato da Yellen all’ultimo vertice dell’anno.

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