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Tassi in rialzo, i mercati nervosi spingono per un intervento Bce

«Francoforte, abbiamo un problema»: lunedì scorso Frederik Ducrozet, ascoltato analista di Pictet Wealth management, ha espresso tutta la sua delusione in un tweet. «Per la seconda settimana consecutiva, gli acquisti del piano pandemia Pepp sono stati molto bassi (11,9 miliardi di euro) nonostante la retorica da colombe». Forse il grido d’allarme di Ducrozet è esagerato, siamo lontani dall’incidente dell’Apollo 13, ma i numeri pubblicati dalla Bce hanno suscitato la convinzione in molti osservatori che la Banca centrale europea sia troppo serafica dinanzi a un massiccio cambiamento d’umore dei mercati. Per la seconda settimana successiva, nonostante i rendimenti sui titoli di Stato siano aumentati, la Bce ha mantenuto la calma.
Eppure, il nervosismo degli investitori sta crescendo sulle due sponde dell’Atlantico: i maxi stimoli americani stanno mettendo le ali ai tassi dei titoli di Stato statunitensi ed europei. Ma la calma apparente dei guardiani dell’euro inganna. Mentre l’inflazione è ancora uno spettro che la Bce fatica a considerare minaccioso, Christine Lagarde è assolutamente consapevole che comincia ad esserci un problema sulla reazione dei mercati alle possibili – future – fiammate dei prezzi. Perché è quello lo scenario che sta facendo lievitare il costo dei finanziamenti: se aumenta l’inflazione, di solito, le banche centrali aumentano i tassi. E i mercati, semplicemente, le stanno anticipando. Ma la Bce non deve guardare alle ansie degli investitori, piuttosto ai numeri. E i numeri, se si guarda ai Btp italiani, non sono allarmanti: i rendimenti sono allo 0,7% contro il 3% di un anno fa.
In un altro tweet, che Ducrozet ha addirittura fissato al suo profilo, c’è la risposta alle preoccupazioni per una reazione troppo debole della Bce. Fabio Panetta – membro del comitato esecutivo della Bce – la settimana scorsa ha citato i Daft Punk per sostenere che i guardiani dell’euro agiranno in modo «più duro, migliore, più veloce, più forte»: «Harder, better, faster, stronger». E nel suo intervento, ha ricordato che il piano pandemia, il programma di acquisti di bond da 1.800 miliardi, sarà usato in tutta la sua pienezza e oltre, se necessario. In sintonia con un altro influente membro del comitato esecutivo, il capoeconomista Philipp Lane. La Bce sta segnalando agli investitori di guardare all’insieme del programma, a quella gigantesca cifra, scudo all’eurozona. Da usare con tutta la flessibilità necessaria, come ha sottolineato persino il falco per eccellenza dei banchieri centrali, il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann. Il suo omologo francese, Francois Villeroy de Galhau, è stato altrettanto limpido sulla traiettoria accomodante della Bce: «Siamo pronti ad aggiustare tutti i nostri strumenti di intervento, compreso un possibile taglio dei tassi sui depositi, se necessario».
La Bce è dunque lontanissima da uno scenario di politiche monetarie più restrittive che giustificherebbero un aumento dei tassi di interesse: il banchiere centrale francese parla di «contagi e tensioni» a proposito delle pressioni sui bond governativi. Il problema è che la Fed, in quegli Stati Uniti da cui provengono molte di quelle tensioni, «non sta agendo» contro l’aumento dei rendimenti. E dunque spetta alla Bce far capire giovedì che l’impostazione resta da «colombe », anche perché i tempi delle vaccinazioni e dunque della ripresa europea sono più lenti e incerti di quelle americane. E forse dovrà spiegare più nel dettaglio cosa intende quando sostiene che farà di tutto per mantenere «condizioni finanziarie favorevoli». Perché è questo il grande mistero che agita gli investitori, dopo due settimane di interventi sul Pepp molto misurati.
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