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Tassi, mutui e spread, il denaro costa di più

di Giovanni Stringa

MILANO — Le premesse sono ottime, ma purtroppo è solo un'illusione. Ne sa qualcosa chi oggi vuole accendere un mutuo a tasso fisso. Certo, i finanziamenti a tasso variabile sono più convenienti, ma la storia finanziaria degli ultimi quattro anni ci ha insegnato che l'inatteso — se non l'incredibile — può essere sempre dietro l'angolo: quindi, molti sono e restano gli italiani che vogliono puntare sulla certezza granitica di un tasso inamovibile. Ebbene, chi ha questi propositi in testa e, prima di entrare in banca, sui giornali da un'occhiata al tasso Eurirs (il parametro di riferimento dei mutui fissi) si strofina le mani: a 15 anni quota intorno al 2,8%, su valori storicamente bassissimi (era sopra il 4% nel 2008).

Ma, appena il nostro risparmiatore è arrivato in banca, e si è seduto di fronte all'impiegato che conosce da anni e anni, ecco che arriva la «batosta». Un mutuo a tasso fisso a 15 anni? Costa il 4,9% (tasso nominale) all'anno. «Ma come — si chiede l'aspirante nuovo proprietario di casa — circa un anno fa i tassi finali erano intorno al 4%-4,5%, con l'Eurirs più o meno sugli stessi valori di oggi. Che cosa è successo nel frattempo?» Semplice, sono saliti gli spread, vale a dire i differenziali tra il parametro base (Eurirs, per i mutui fissi) e il tasso finale applicato al cliente. A metà 2010 gli spread sull'Eurirs viaggiavano intorno all'1-1,5%, oggi siamo nell'ordine del 2%. Sono naturalmente valori indicativi, che riguardano alcune banche e non tutte, e ci sono offerte più convenienti come altre più care. Ma resta il fatto che, in alcuni casi, lo spread ha guadagnato nel giro di poco più di un anno tra mezzo punto e un punto percentuale. A carico del cliente.

Dietro il caro-spread, e questo inatteso caro-mutui, ci sono sicuramente tante ragioni. Tra cui le crescenti tensioni degli ultimi mesi sui mercati finanziari. Con tanto di rating al ribasso. Che — secondo alcuni — rispecchiano semplicemente un mercato del credito diventato più difficile per lo Stato, le banche e le imprese italiane. O che — secondo altri — collaborano anch'essi a rendere la situazione più complicata.

In ogni caso, per le banche (l'altro ieri oggetto di «downgrade» a pioggia) negli ultimi mesi è diventato più difficile finanziarsi sui mercati. E, a cascata, la «doccia fredda» è arrivata ai clienti. Come quei piccoli imprenditori che oggi, per un finanziamento, si trovano di fronte anche a un tasso passivo del 13 e passa per cento.

Tornando al primo anello della catena, quello tra mercati internazionali e banche italiane, secondo una stima riportata dal «Sole 24 Ore», ogni 0,10 punti percentuali di aumento strutturale dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, ha l'effetto di «bruciare» il 2-3% dei profitti delle banche grandi e il 5% degli utili di quelle medio-piccole. Ma possono avere conseguenze proporzionalmente peggiori su quelle piccole imprese già pesantemente indebitate e alle prese con la stretta del credito.

Dal credito agli enti locali. L'altroieri sono stati declassati, dopo lo Stato, anche diversi Comuni, Province e Regioni. Che ora si presenteranno sul mercato in cerca di fondi con una pagella più «scarsa». E se dovranno fare i conti con costi più alti per finanziarsi, è possibile che si arrivi a un altro effetto a cascata, questa volta sulle addizionali Irpef.

E che dire dell'energia? Anche Enel ed Eni, per esempio, sono entrate nell'ultimo round di «downgrade» firmato Moody's, sempre a seguito del declassamento italiano. Resta ora da vedere se tutto questo, nei conti dei due gruppi, avrà un effetto rialzista prima sui costi di finanziamento e poi sui prezzi di vendita.

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