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Tassi d’interesse sotto zero. Le banche si rifanno sui clienti

MILANO — Il paradosso del correntista. I servizi gratis, per l’utente finale in genere, si moltiplicano, ma gli oneri per chi ha un conto subiscono rincari ben sopra l’inflazione. Anche la liquidità, lungi dal rendere, diventa sempre più un costo per chi ce l’ha. È l’altra faccia delle misure nate l’11 giugno 2014, giorno in cui Mario Draghi per irrorare le economie d’Europa portò i tassi sui depositi bancari alla Bce sotto lo zero. Negli anni seguenti l’Eurotower ha scavato più a fondo, fino all’attuale — 0,5%, facendo pagare penali agli istituti vigilati stimate da Deposit Solutions in 25 miliardi tra il 2014 e il 2019. Un miliardo di queste sono state pagate da banche italiane.
Da settimane Unicredit e Intesa Sanpaolo, che si spartiscono quasi metà del mercato bancario domestico, stanno, pur in diversi modi, iniziando a fare i conti con tali scenari. E così i loro clienti, come del resto accade da mesi ai correntisti delle banche del Nord Europa, e perfino a quelli delle banche multicanale in Italia tipo Fineco, Che Banca!, Allianz Bank. I ritocchi commerciali, aggiungono gli operatori, si devono anche al costo dei salvataggi “di sistema” (12,5 miliardi da fine 2015, e fino a 700 milioni per il flop della Popolare di Bari). Due sono le vie battute: aumento dei costi del c/c e introduzione di penalità sulle alte giacenze. Gli ultimi dati Bankitalia, sul 2018, illustravano un rincaro di 7,5 euro per gestire un conto tipico, a 87 euro medi, mentre nei due anni prima la crescita era stata di soli 2,9 euro. A giudicare dalle recenti tendenze la marcia non s’è certo arrestata. SosTariffe.it ha appena simulato l’operatività su 17 banche italiane, e notato rincari del 29% medio per le online e del 27% per le tradizionali. Per una coppia mantenere un conto digitale è rincarato da 45 a 60 euro, la famiglia media ha sfondato quota 70 euro (dai 55 del gennaio 2019). Anche le banche online, che restano più convenienti, stanno abbandonando la gratuità. Da febbraio Fineco ha sostituito la politica dei costi zero con oneri di gestione da 3,95 euro al mese, mitigati fino all’azzeramento per clienti che movimentano le masse. Discorso simile per Che Banca!, che ha alzato a 12 euro il canone annuo anche sulla versione Digital, prima esente. Pure per i conti tradizionali — quelli presso istituti dotati di filiali — le spese lievitano. Nel caso di uso “misto”, con operatività sia fisica che tramite i canali remoti, un cliente single di banca tradizionale è passato da 93 a 118 euro di spesa; la coppia da 128 a 159, una famiglia da 149 a 178 euro.
Una voce tutta nuova, ma di crescente rilievo, riguarda il costo per gestire la liquidità, che le banche retrocedono sui clienti. Già nella primavera 2017 si mosse Intesa Sanpaolo, annunciando che da agosto lo storico conto Zerotondo non avrebbe più avuto lo “zero” alla voce costi, invece aumentati in taluni casi fino a 120 euro l’anno. Aggiornando i contratti, la banca spiegava che i tassi negativi avevano «fatto venire meno l’equilibrio tra costo per la banca del servizio offerto e condizioni economiche applicate».
Più rumore ha fatto, quattro mesi fa, l’annuncio di Jean Pierre Mustier, a capo della rivale Unicredit, di perseguire un «tasso negativo» sui depositi oltre il milione di euro. Il termine “tassi”, evocativo di gabelle su tutta l’immensa liquidità degli italiani (circa 1.500 miliardi) ha creato timori nell’opinione pubblica, e proteste di sindacati e consumatori. Unicredit ha replicato che la misura impatta lo 0,1% dei suoi correntisti, ed è più un fatto “semantico”: chiamare “tasso” ciò che le rivali definiscono “commissione di giacenza”, o altro, è un modo più trasparente e diretto di affrontare le cose. In queste ore Unicredit sta informando i clienti, via sito, della revisione tariffaria «in coerenza con le condizioni di mercato», e articolata su tre livelli. Per la clientela al minuto non ci saranno tassi negativi ma invece il rincaro delle spese su alcuni tipi di conto, per importi tra 0,75 e 2,35 euro al mese da gennaio. Per le imprese saranno proposti modelli di remunerazione, con l’invito a investire la liquidità in modo alternativo (fondi monetari) e senza costi. Sui grandi patrimoni, invece, l’effetto dei tassi negativi «sarà preso in considerazione nel determinare il prezzo complessivo dei servizi di consulenza».
Anche Intesa Sanpaolo è tornata sul caso, dal 1° ottobre scorso (data, non casuale, di avvio delle ultime misure Bce per far “circolare” il denaro). E ha previsto un onere dello 0,033% (33 euro) per ogni multiplo di 100 mila euro in giacenza, come commissione per gestire la liquidità. L’istituto precisa che la voce «è applicabile solo a imprese che non ricadano nella definizione di Microimpresa» (decreto 11/2010), e che necessita «dell’esplicito consenso dei clienti ». Tali vincoli rendono la nuova commissione «ancora inapplicata », aggiunge un portavoce.
Va meno per il sottile Allianz Bank, braccio creditizio del colosso tedesco delle polizze che come tutti i gruppi del Nord Europa paga più caro lo scotto dei tassi rossi. Dal 1° novembre scorso Allianz Bank applica a tutti i correntisti, anche in Italia, un canone mensile di 1 euro se la liquidità media resta sotto 5 mila euro. Tra 5 e 10 mila euro il canone è di 2 euro, oltre 10 mila euro medi passa a 4 euro al mese (48 l’anno).
Oltre che ai «costi riferibili alla gestione della liquidità presente sui conti correnti» il gruppo applica condizioni che «dipendono dall’ammontare di tutti gli investimenti che il cliente detiene presso la banca o sottoscrive per suo tramite».
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