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Tassi dei BTp ai minimi da 8 anni

Tornano gli investitori statunitensi dopo la giornata festiva, tornano le indicazioni macroeconomiche in Europa come negli Usa, ma i mercati non cambiano rotta. Non riesce ad approfittare della situazione Piazza Affari, che chiude infatti praticamente invariata (+0,09% Ftse Mib) come alla vigilia e come gli altri listini europei. Fanno invece un altro passo in avanti i titoli di Stato italiani, con il rendimento del BTp a 10 anni che scende al 3,55% (di nuovo ai minimi degli ultimi 8 anni) e lo spread con il Bund pari scadenza a 189 punti (livelli visti per l’ultima volta nell’estate 2011).
Attribuire un simile movimento alle attese degli investitori per l’insediamento del governo Renzi sarebbe però in gran parte fuorviante. Non c’è dubbio, infatti, che l’ennesimo avvicendamento a Palazzo Chigi sia stato finora accettato di buon grado dalla comunità finanziaria. È però altrettanto evidente che l’ondata di acquisti sul reddito fisso riguarda invariabilmente tutta la «periferia» europea, in costante avvicinamento rispetto al «centro» tedesco ormai da mesi: un fenomeno che gestori e strategist associano per lo più alla ricerca di strumenti dai rendimenti appetibili dove piazzare il denaro in fuga dai Paesi emergenti, teoria che i concomitanti progressi di Spagna (decennale al 3,50% ieri) e Portogallo (4,81%) non fanno altro che confermare.
Ieri né le mosse espansive a sorpresa della Banca del Giappone (che hanno propiziato il balzo di Tokyo e una nuova caduta dello yen e delle quali si parla in modo più approfondito sotto), né i dati macroeconomici sotto le attese provenienti da Germania (indice Zew) e Stati Uniti (indice Empire State sulle attività manifatturiere della regione di New York) sono riusciti a spostare significativamente l’inerzia dei mercati globali, che appare ancora una volta dominata dalle attese per le mosse delle Banche centrali.
Qualche considerazione interessante ai fini degli andamenti dei listini la si può però fare per i dati sulla fiducia degli investitori e analisti finanziari tedeschi. Il fatto che l’indicatore sulle prospettive future sia sceso a febbraio più del previsto (55,7 punti da 61,7 del mese precedente) e che invece la fiducia sulla situazione attuale sia cresciuta a 50 punti da 41,2 è stato spiegato in genere con la fiducia (nell’immediato) in nuove misure espansive della Banca centrale europea (Bce) e con il contemporaneo timore generato sul medio termine dalla crisi degli emergenti e dei riflessi che questa può esercitare sull’export di Berlino.
Ma c’è anche chi offre una spiegazione di respiro più ampio: Barclays per esempio sostiene che la convergenza dei valori sulla situazione attuale e quelli sulle prospettive future sia un chiaro segnale dell’avvicinarsi del picco del ciclo economico, atteso nel secondo trimestre dell’anno quando la Germania dovrebbe registrare una crescita 0,6% rispetto ai tre mesi precedenti. Raccontata con questi toni la notizia sembrerebbe piuttosto nefasta per il Paese e in particolare per i partner europei, se non fosse che raggiungere la massima accelerazione non significa necessariamente che la fase di espansione debba esaurirsi immediatamente e lasciare spazio a una nuova recessione. E soprattutto che, come nota Barclays, le ultime due occasioni in cui le indicazioni sulla situazione corrente dello Zew hanno oltrepassato quelle sulle aspettative future, cioè nel luglio 2006 e nell’agosto 2010, hanno rappresentato un ottimo segnale di acquisto sulle azioni tedesche, visto che nei 12 mesi successivi l’indice Dax ha guadagnato rispettivamente il 50% e il 17%.
Per avere qualche riprova occorrerà attendere probabilmente domani, quando saranno diffusi gli indicatori dei responsabili degli acquisti (Pmi) in Germania e nel resto d’Europa, e ancora lunedì prossimo quando sempre la fiducia delle imprese tedesche finirà sotto osservazione con l’indice Ifo. E forse ci sarà spazio per nuovi movimenti dell’euro, che ieri nel silenzio quasi completo è salito ai massimi dell’anno a 1,3750 dollari e si è quindi riavvicinato a livelli di guardia per l’export dell’Eurozona.

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