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Tassi dei Bot mai così bassi, lo Stato respira ma pesa anche l’allarme deflazione

UN VENERDÌ di due anni fa, il Tesoro lanciò un’asta di buoni ordinari del Tesoro (Bot) con scadenza a sei mesi e prese atto del risultato con orrore: aveva raccolto otto miliardi, ma al tasso astronomicodel 6,5%.

DA QUANDO c’era l’euro, all’Italia il debito non era mai costato tanto. I Bot a un anno rendevano l’8,2%. Gli investitori ritenevano così imminente un default che pretendevano di essere remunerati a peso d’oro per accettare il rischio-paese.
Si sbagliavano. Ventiquattro mesi dopo, ieri, è stata varcata la soglia opposta: quando il Tesoro ha messo all’asta dei Bot da rimborsare fra un anno, il tasso d’interesse è uscito dieci volte più basso. Il governo ha raccolto sei miliardi e mezzo allo 0,688%. Da quando ha adottato la moneta unica, l’Italia non aveva mai pagato così poco per finanziarsi.
Pochi due anni fa avrebbero pensato di poter passare da un estremo all’altro così presto. Il paese può remunerare il proprio debito a breve termine a tassi da prefisso telefonico. Ciò significa che per gli investitori l’Italia è perfettamente in grado di finanziarsi e rimborsare gli oneri fra un anno. Resta però da capire perché un paese con un debito avviato al 134% del Pil possa spendere così poco. Per l’Italia, la Commissione europea prevede un’inflazione dell’1,4% l’anno prossimo. Perché chi compra Bot dal rendimento di meno della metà dell’inflazione prevista da Bruxelles, accetta fin d’ora una perdita dello 0,7% sulvalore reale del patrimonio? La risposta è che, probabilmente, chi ha comprato Italia ieri non crede che il carovita tornerà più o meno normale. Al contrario pensa che il dato dell’inflazione italiana fra un anno sarà simile allo 0,8% di oggi, avrà uno zero-virgola davanti, quindi il potere d’acquisto dei patrimoni rimane protetto anche se il è rendimento dei Bot minimo. A credere a questo giudizio, l’Italia resterà in bilico sulla soglia della deflazione. E questo è un fenomeno capace di paralizzare i consumi nell’attesa di prezzi più bassi domani e far salire l’onere effettivo degli interessi e del debito.
Non mancano altre ragioni per il successo dell’asta di ieri. Certo ha contribuito il taglio dei tassi della Bce di giovedì scorso, che ha ridotto i rendimenti su tutta la platea dei bond. Ha poi avuto un ruolo anche il successo del Btp Italia della scorsa settimana, con il quale il Tesoro ormai ha soddisfatto il suo bisogno di fondi per quest’anno. Poiché ogni asta di titoli da ora in poi non è più necessaria, ma solo un’offerta supplementare, il governo può imporre al meglio le proprie condizioni.
Si avvertono però i segni che il mercato non creda al ritorno di un’inflazione prodotta dalla ripresa tante volte annunciata. Da quando in ottobre il carovita è sceso sotto l’1% nell’area euro, i titoli di Stato italiani legati all’inflazione rendono zero nelle scadenze fino a tre anni. È il sintomo di una sfiducia diffusa nelle possibilità dell’economia di ripartire e sviluppare una dinamica normaledei prezzi. Chiara Cremonesi di Unicredit ritiene che gli investitori oggi siano troppo pessimisti: «Chi compra titoli italiani legati all’inflazione può cogliere una buona opportunità», dice Cremonesi, perché ritiene che il carovita implicito nei prezzi di quei bond sia più basso di quello che si vedrà quando l’economia migliora. Sia l’Ocse che Moody’s proprio ieri hanno confermato che credono agli scenari di ripresa.
Chiariranno i prossimi mesi se le forze che schiacciano i prezzi sono più forti delle banche centrali oggi impegnate a combatterle. Di certo sono visibili. Le stime della Commissione mostrano per esempio che dal 2009 (incluso) ladomanda interna in Italia è crollata del 21%. Peggio in area euro fa solo la Grecia, meno 36%, con la Spagna a meno 16,5%. Poiché la domanda interna è circa due terzi dell’economia, significa che in Italia in cinque anni sono venuti meno quasi 200 miliardi di euro in acquisti di beni e servizi. Chi vende, deve deprimere i prezzi per trovare compratori. A sua volta il calo dell’inflazione fa salire l’interesse reale sui debiti delle imprese: ieri la Banca d’Italia ha mostrato che i tassi sui nuovi prestiti restano bloccati al 3,5%. Ma con l’inflazione quasi a zero in realtà che i tassi effettivi salgono, frenando i prezzi ancora di più.
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