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Tassi BTp su in asta, Wall Street al record

Collocati 8,5 miliardi di titoli, balzano i rendimenti – L’S&P 500 ora «vale» 20mila miliardi di dollari
La capitalizzazione dell’indice S&P 500 ha superato ieri lo storico traguardo di 20milia miliardi di dollari mentre il dollaro ha toccato un nuovo massimo da tre settimane. Il dettagli del promesso piano di stimoli fiscali – ha fatto sapere nei giorni scorsi il neo presidente Donald Trump – saranno comunicati nelle prossime settimane e le sue parole hanno spinto gli investitori ad orientare le proprie scelte di investimento secondo quello che gli addetti ai lavori hanno ribattezzato come «Trump reflation trade». Una strategia di investimento che si basa sulla scommessa che le misure di stimolo fiscale e il piano di rilancio infrastrutturale annunciato dal nuovo inquilino della Casa Bianca facciano risalire l’inflazione. Un nuovo scenario rispetto a quello degli ultimi anni in cui la prospettiva delle economie «sviluppate» pareva essere quella di una «stagnazione secolare» e che impone una drastica rotazione di portafoglio agli investitori. Gli acquisti, come si è visto soprattutto dopo le elezioni di novembre, in questo quadro tendono a premiare l’azionario (il promesso taglio dell’aliquota fiscale dal 35% al 15/20% dovrebbe dare una spinta agli utili per azione delle società quotate). La prospettiva di un aumento dell’inflazione fa credere al mercato che la Fed continuerà nel suo percorso di rialzo dei tassi di interesse favorendo così la forza del dollaro e le forti vendite sul mercato obbligazionario.
Le parole di Trump ma anche l’attesa per i dati sull’inflazione (oggi sono in programma le rilevazioni di Cina e Germania mentre domani sarà la volta degli Stati Uniti) hanno orientato le scelte degli investitori ieri. E quest spiega la buona performance delle azioni. Non sono negli Stati Uniti ma anche in Europa dove le Borse, trainate dal rally del settore minerario (+2,42%) hanno chiuso una seduta positiva con l’indice continentale Stoxx Europe 600 tornato ai massimi da dicembre 2015. A differenza di quando successo oltreoceano, dove il mercato obbligazionario ha sofferto (il tasso del decennale americano è tornato al 2,45%), sui bond governativi dell’Eurozona quella di ieri è stata tuttavia una giornata di assestamento.
Se si esclude una fiammata iniziale ieri tassi e spread dei bond periferici sono scesi. Il differenziale di rendimento Italia-Germania ha chiuso a 188 punti base con il rendimento del BTp al 2,22 per cento. Nonostante i tassi siano scesi rispetto ai massimi toccati nelle ultime settimane il costo di rifinanziamento del debito pubblico italiano in asta ha risentito della tensione che ha interessato i titoli di Stato della periferia dell’Eurozona in questi primi mesi dell’anno. Ieri il Tesoro ha collocato complessivamente 8,5 miliardi di nuovi titoli a 3,7 e 30 anni ma a tassi in rialzo. Per il BTp a 3 anni il tasso è salito allo 0,25 per cento. All’asta di gennaio si era attestato poco sopra lo zero (0,06%). Quello a sette anni è passato dall’1,15% all’1,59% mentre sulla scadenza più lunga (30 anni) si è passati dal 3,14 al 3,43 per cento. Sono stati piazzati anche due titoli non più in corso di emissione (off-the-run) maggio 2020 e agosto 2039 (tasso 3,31%). La richiesta è stata comunque buona (13 miliardi) favorita anche dai rendimenti più interessanti.
Da inizio anno lo Stato italiano ha collocato circa 51 miliardi di bond. Per il 2017 restano da rifinanziare 295 miliardi di titoli che andranno a scadenza nei prossimi mesi.

Andrea Franceschi

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