Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Tassi ai minimi con Lisbona e Atene

Rendimenti dei titoli obbligazionari ai minimi storici. Borse azionarie ai massimi. Sembra un controsenso. Eppure è questo il paradossale esito della politica monetaria ultra espansiva che le banche centrali stanno adottando per rianimare un’economia globale a dir poco anemica, soprattutto nel Vecchio Continente.
L’ennesima conferma di questa massiccia corsa al rendimento si è avuta anche ieri. Il Portogallo, paese che appena due anni fa è stato salvato dall’Ue e dall’Fmi, è riuscito a tornare sul mercato primario del debito. Ma ciò che colpisce di più è che l’ha fatto registrando un successo importante. Il Tesoro lusitano ha collocato infatti un titolo di Stato decennale registrando una domanda tripla rispetto ai tre miliardi di euro offerti e assegnati. Il tasso di collocamento? Il 5,6 per cento, impensabile fino a qualche mese fa. Basti ricordare che lo scorso agosto i titoli portoghesi sul secondario pagavano un tasso superiore al 10 per cento.
Certo, parte del merito di questo risultato va ai portoghesi che, sostenendo un doloroso processo di riforma dell’economia e di tagli alla spesa pubblica, hanno incoraggiato gli investitori istituzionali a scommettere sul loro debito. Ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l’imponente dose di liquidità iniettata dalle banche centrali. Secondo i dati Bloomberg (si veda Il Sole 24 Ore del 5 maggio scorso), negli ultimi sei anni le banche centrali mondiali hanno riversato nel sistema circa 22mila miliardi di dollari. Negli Stati Uniti la Fed sta stampando 85 miliardi di dollari al mese, cui si aggiungono i 75 del Giappone (che ha appena varato una manovra di liquidità da 1.400 miliardi di dollari in due anni). Ogni mese insomma sul mercato si riversano 160 miliardi di dollari nuovi di zecca, 2mila miliardi in un anno.
Accanto all’arma della liquidità, le banche centrali stanno usando la leva dei tassi di sconto, oramai ridotti al lumicino. L’ultimo esempio in ordine di tempo è dell’Australia. La banca centrale ha tagliato il tasso di riferimento a minimi record, al 2,75%, con l’obiettivo di dare fiato a un’economia provata da una valuta domestica troppo forte. La scorsa settimana era invece toccato alla Banca centrale europea farsi avanti. Dopo nove mesi consecutivi di stallo, l’Eurotower ha abbassato dello 0,25% i tassi di interesse del l’area euro, facendoli così scendere al nuovo minimo storico dello 0,5 per cento. Ancor più importante il taglio sul tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginali, che è stato ridotto dello 0,5% all’1 per cento.
Il mix di tassi rasoterra e di denaro facile sta spingendo i grandi investitori istituzionali (come fondi di investimento, banche, assicurazioni) ad investire a mani basse ovunque per cercare di rastrellare profitti. Così prima i mercati hanno fatto incetta di asset ritenuti più sicuri, come i titoli dei paesi core (come Germania e Stati Uniti), vista la pesante crisi di fiducia che a lungo è pesata su Eurolandia.
Poi, a partire da luglio scorso, da quando cioè Draghi ha confermato di voler «fare di tutto per salvare l’euro», anche i titoli periferici hanno iniziato a riprendere quota. E i tassi (che si muovono inversamente rispetto ai prezzi) hanno iniziato la discesa. La caccia al rendimento – fenomeno che si è accentuato a partire dall’inizio di aprile, quando la BoJ ha annunciato la sua manovra espansiva – non sembra fare eccezioni. Ieri, ad esempio, i titoli decennali greci sono piombati sotto il 10 per cento (9,77%), mentre erano al 32% appena un anno fa. Stessa storia per i BTp italiani, il cui rendimento oggi (3,8%) è ai minimi dall’ottobre 2010. O dei Bonos spagnoli, che sulla scadenza a 10 anni (al 4,12%) rendono circa la metà dei massimi toccati il luglio scorso.
Tutto bene? Non esattamente. Perchè a questa colossale corsa globale agli asset con alti rendimenti (e quindi valutati come più rischiosi) fanno da contraltare altrettanto ingenti acquisti di titoli ritenuti più sicuri, i cui tassi infatti sono infatti a livelli minimi.
Gli Stati Uniti ad esempio ieri sono riusciti a piazzare sul mercato 20 miliardi di T-Bill a rendimento zero. È la prima volta da 17 mesi. Tradotto: comprando sia obbligazioni greche che treasury, è un po’ come se gli investitori credessero sia nel rischio, che nel suo contrario, ovvero la protezione da esso. Un paradosso, appunto. Che solo la “droga” della liquidità può spiegare.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Un voluminoso dossier, quasi 100 pagine, per l’offerta sull’88% di Aspi. Il documento verrà ana...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La ripresa dell’economia americana è così vigorosa che resuscita una paura quasi dimenticata: l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora prima che l’offerta di Cdp e dei fondi per l’88% di Autostrade per l’Italia arrivi sul ...

Oggi sulla stampa