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Tasse sulle imprese: in Europa riparte la gara delle aliquote

Con l’annuncio che la Gran Bretagna porterà la sua corporate tax dal 20% al 17% entro il 2020, è ripartita la concorrenza fra gli Stati europei a colpi di aliquote fiscali per attrarre gli investimenti delle imprese. Tre i concorrenti più agguerriti in campo: oltre a Londra, l’Olanda e l’Irlanda. Anche l’Italia gioca la sua partita, con l’Ires che dal 2017 scenderà dal 27,5 al 24 per cento.
Si riaccende fra gli Stati europei la concorrenza a colpi di aliquote fiscali per attrarre gli investimenti delle imprese. L’ultima mossa ufficiale è stata quella della Gran Bretagna: il premier David Cameron ha annunciato che la corporate tax inglese scenderà dal 20 al 17% entro il 2020. Appena prima di Londra, nella partita era scesa anche l’Italia, che con la Legge di Stabilità 2016 ha varato un abbassamento della corporate tax portando l’Ires dal 27,5 al 24% per il 2017 (e l’Irap resta al 3,9%).
Concorrenti in campo
A guardare solo le aliquote nominali, nella Ue i Paesi che fanno meglio di Londra sono parecchi: c’è la Slovenia al 17%, la Romania al 16%, ci sono la Lettonia e la Lituania al 15% e c’è Cipro al 12,5%. Il vero concorrente da battere sembrerebbe l’Irlanda, che non solo ha un’aliquota al 12,5%, ma di questa aliquota ha fatto il principale ingrediente del proprio successo economico post-crisi. Eppure, sostengono gli esperti, osservando il quadro con un occhio più esperto si scopre che la vera partita europea è a tre: fra la Gran Bretagna, l’Olanda e (solo in parte) l’Irlanda. Con la Svizzera piuttosto ai margini e i Paesi Baltici e la Slovenia che potrebbero sì diventare competitor interessanti, ma solo fra qualche anno e parecchie infrastrutture in più.
La mossa inglese
«In sé, la mossa della Gran Bretagna è più propagandistica che di sostanza – sostiene l’avvocato Carlo Galli, partner e referente della practice Tax dello studio legale Clifford Chance – per fare un vero paragone sul peso delle tasse societarie bisognerebbe infatti valutare su cosa si calcola l’imponibile e a quali altre imposte le imprese sono soggette. Quello che però è importante, della mossa di Cameron, è che si colloca in un percorso di grande chiarezza fiscale e di riduzione delle imposte che la Gran Bretagna ha intrapreso da anni». Soltanto dieci anni fa, a Londra, la corporate tax era al 30% mentre oggi è già al 20%.
La sfida dell’Olanda
È il trend, insomma, quello che rileva. Ed è proprio per questo che la partita europea ha nell’Olanda l’altro grande giocatore di peso. Olanda che è passata dal 29,6% del 2006 al 25% di oggi, «e che già sta pensando a ulteriori ribassi per l’immediato futuro», ricorda l’avvocato Galli. «L’Olanda – spiega invece l’avvocato Luciano Acciari, partner responsabile del dipartimento Tax dello studio Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners – mantiene ancora il suo appeal non tanto grazie a un tax rate nominale basso (e comunque superiore di 5 punti a quello attuale di Londra, ndr), ma grazie a un sistema fiscale favorevole alla corretta tassazione delle attività finanziarie o delle holding in relazione ai flussi di reddito provenienti da altri Paesi».
Il peso dell’Irlanda
L’era della delocalizzazione a soli fini fiscali ormai è finita. Oggi un’impresa sceglie un Paese solo se può prendere parte alla sua economia. «Questo fa sì che le aliquote fiscali corporate siano un tema che interessa soprattutto le grandi aziende», rammenta Alessandro Terzulli, capo economista della Sace. Ed ecco perché l’Irlanda entra nella partita, ma solo in parte: Dublino offre sì la tassazione d’impresa più competitiva d’Europa, con una corporate tax al 12,5% e un total tax rate (cioè una stima della pressione fiscale totale sulle società), del 25,9%. Ma Dublino va bene solo per alcuni tipi di investimenti, non per tutti, e questo nonostante il suo costo del lavoro sia più basso di quello inglese (ora più che mai, visto che Cameron ha appena annunciato che il salario minimo passera da 6,7 a 9 sterline, sempre entro il 2020). «Londra – ricorda l’avvocato Paolo Sersale, che dello studio Clifford Chance è partner e referente della practice corporate – è ormai riconosciuta come la capitale europea anche dei servizi e dell’oil&gas, non solo della finanza».
L’Italia, con la sua Ires al 24% dal 2017 ma una corporate tax complessiva oggi al 31,4% e un total tax rate del 64,8%, resta più ai margini della competizione. «Certo – ricorda l’avvocato Acciari – va considerato che il nostro sistema prevede una serie di agevolazioni per le imprese, dall’Ace al patent box ai superammortamenti, che attenuano il tasso nominale e di cui gli investitori internazionali tengono conto».
Fuori dalla Ue
La Svizzera? «Al pari del Lussemburgo e della Francia – ricorda l’avvocato Galli – ha molte imposte locali, che finiscono con l’appesantire parecchio il carico sulle imprese. Eppoi è un Paese chiuso, una destinazione selettiva: ha costi del lavoro elevati e solo alcuni dei suoi cantoni offrono agevolazioni all’ingresso di nuovi business». Berna resta però un valido concorrente di Londra per quanto riguarda il comparto farmaceutico, «mentre per la moda – aggiunge l’avvocato Sersale – si stanno rivelando interessanti sia Hong Kong che Singapore».Outsider temibili, le due città asiatiche: l’una con aliquota fiscale per le imprese al 16,5% (e total tax rate al 22,8%), l’altra con aliquota al 17% (e total tax rate al 18,4%). «Nessuno però va ad Hong Kong solo per il valore della sua aliquota – ricorda Galli – trasferirsi lì è una scelta prima di tutto geografica». La gara delle aliquote, insomma, va giocata rigorosamente a livello regionale.

Micaela Cappellini

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