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Tasse sulla prima casa in cerca di equilibrio

di Cristiano Dell'Oste

Francesi, tedeschi, spagnoli e inglesi la pagano già. È la tassa sull'abitazione principale, che ora pare destinata a tornare anche in Italia. Tra allarmi dei proprietari e richieste di equità dei sindacati, il Governo sta cercando la formula migliore per calibrare il prelievo e raggiungere gli obiettivi di bilancio.

Sul tavolo dei tecnici ci sono diverse soluzioni. La prima è il ritorno dell'Ici "vecchia maniera", ipotesi messa nero su bianco dall'ex ministro Giulio Tremonti nella risposta ai quesiti di Bruxelles. La reintroduzione dell'imposta comunale sugli immobili frutterebbe 3,5 miliardi di euro all'anno, cioè 177 euro di media per 19,7 milioni di abitazioni principali. Ma il gettito potrebbe essere più alto con un aggiornamento dei valori catastali, operazione che in questo momento sembra la premessa di qualsiasi intervento fiscale sulla casa. Anche se, sul punto, va registrata la forte opposizione di Confedilizia, che promette ricorsi alla Corte costituzionale contro qualsiasi «patrimoniale surrettizia».

La seconda soluzione è anticipare il debutto dell'Imu, l'imposta municipale unica, ora previsto per il gennaio 2013. Bisognerebbe definire la struttura del tributo le aliquote (attualmente il decreto sul federalismo prevede il 7,6 per mille aumentabile fino al 10,6, con esenzione della prima casa), ma concettualmente non cambierebbe molto rispetto all'Ici.

Una "terza via" nuova di zecca, invece, sarebbe abolire la deduzione Irpef sulla rendita catastale dell'abitazione principale. In pratica, anziché applicare l'Ici sul valore catastale, si tasserebbe direttamente la rendita, che verrebbe sommata agli altri redditi e colpita con l'aliquota marginale Irpef dal 23 al 43 per cento. Quindi – a parità di immobile – chi dichiara introiti più elevati, pagherebbe di più.

Senza rivalutare le rendite, questo meccanismo porterebbe allo Stato 3,2 miliardi all'anno. Ma il conto potrebbe salire teoricamente fino 18 miliardi agendo sui valori cui applicare il tributo e sulle aliquote (si veda Il Sole 24 Ore di sabato scorso). E il Governo avrebbe anche il vantaggio di poter fissare le regole a livello centrale, diversamente da quanto capita con l'Ici e con i tributi immobiliari vigenti nei maggiori Paesi europei.

Certo, ci sarebbe la controindicazione di tassare con l'Irpef la rendita di un'abitazione che non genera alcun guadagno per la famiglia che ci abita. E in effetti, in Europa, l'imposizione sulla prima casa non prevede quasi mai un prelievo sui redditi, ma colpisce il valore in chiave patrimoniale. Il vero problema di questa "terza via", però, è che oltre il 70% dei proprietari di immobili dichiara redditi inferiori a 26mila euro (e quindi paga l'Irpef al 23 o al 27%). Mentre la pattuglia di coloro che denunciano al Fisco più di 55mila euro – e versano le aliquote più alte – non arriva neppure al 5% del totale. Un intervento ispirato all'equità, quindi, potrebbe tenere conto anche dei finti nullatenenti che abitano case di gran pregio. Per queste stesse ragioni di equità, pare improbabile una tassazione delle rendite ad aliquota "piatta" del 20%, che pure è stata analizzata in via XX Settembre.

Sul tavolo, comunque, ci sono anche altre ipotesi. Come l'idea, nata in Parlamento, di far pagare di più chi possiede più abitazioni. Secondo i dati elaborati dall'agenzia del Territorio e dal dipartimento delle Finanze, al 5% dei proprietari più ricchi fa capo il 23,1% delle rendite catastali di tutte le case. Al 50% più povere, invece, è riconducibile solo il 20,1% delle rendite. Quindi si potrebbero, ad esempio, applicare aliquote Ici o Imu via via crescenti secondo il numero di abitazioni possedute.

A tutte queste manovre, poi, potrebbe abbinarsi una stretta sulla stessa definizione di abitazione principale, così da far aumentare gli immobili tassati come seconda casa. In fondo, basta riprendere le regole previste per l'Imu: secondo il decreto legislativo 23/2011, «abitazione principale» è solo quella in cui il proprietario ha la residenza e la dimora abituale e non può essere, comunque, più di una sola unità immobiliare. Inoltre, vengono cancellate con un colpo di penna tutte le "assimilazioni", come le case concesse in uso gratuito ai parenti, che oggi sono esenti.

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